Consigli d’epoca per fanciulle da marito

I primi tepori primaverili risvegliano nella giovane Emma sentimenti amorosi; come potranno i genitori – e in particolar modo il padre medico – guidare la ragazza alla scoperta del complesso e delicato mondo dei turbamenti erotici?

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Con questi lodevoli intenti nasce L’arte di prender marito, delizioso trattatello datato 1894, ma di gradevole lettura ancor oggi.

Dedicato alle troppo impazienti, alle troppo esigenti, alle troppo positive, che credono bastare alla felicità del matrimonio molti quattrini e una corona, alle troppo poetiche, che credono bastare al matrimonio l’amore, (…) perchè tutte imparino, che se il matrimonio può darci la massima felicità, è anche la più instabile delle combinazioni chimiche; il più delicato, il più intricato, il più fragile di tutti i meccanismi.

Con incantevole ironia Paolo Mantegazza (1831-1910), studioso di antropologia e tra i primi divulgatori delle teorie darwiniane, tratteggia i profili dei possibili mariti, tra pregi e difetti, molti dei quali attualissimi.

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Paolo Mantegazza

Il bancario, l’avvocato, il militare, il commerciante, il politico, il marito tiranno, quello debole, il geloso, il libertino, l’avaro, il fannullone… ritratti al vetriolo di categorie maschili che non si discostano molto dalle odierne: di ognuna l’autore valuta pregi e difetti, grettezze e generosità, suggerendo all’inesperta Emma quelle da preferire o da evitare a ogni costo, fosse anche il rischio di restare zitella!

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Emma si trova a dover scegliere fra tre pretendenti, diversi per estrazione, età, educazione: si consiglia con l’amica del cuore, tentenna, ma alla fine sarà proprio il “manuale” del padre che l’aiuterà a sciogliere il dilemma; forse oggi non approveremmo la decisione, ma restano valide e argute molte osservazioni sull’indole umana.

A meno che l’artista sia uomo di genio o abbia un cuore di angelo, non sposarlo mai (…) Anche l’artista di genio, anche l’artista incoronato con l’aureola della gloria, è un marito pericoloso, e se tu sei gelosa, non devi sposarlo. Sua prima amante è l’arte e ti metterà sempre al disotto di essa.

La professione è tanta parte di un uomo, che non si può levargliela di dosso senza strappare qualche lembo di pelle, senza lacerarne anche le carni. (…) Felice, tre volte felice, colui che la sceglie trascinato imperiosamente, irresistibilmente dai bisogni del  proprio cervello e del proprio cuore.

Dunque tu devi fare in modo, che di quando in quando, per salute o per affari ti lasci sola; ed egli rimanga solo. Non seguirlo da per tutto e per sempre, nè vantarti mai di non poter stare un giorno senza di lui. Credo che soffrirai della sua assenza e che anch’egli dividerà il tuo dolore; ma saranno due dolori, che prepararenno gioie infinite per voi. Dopo un lungo digiuno ogni cibo ci sembra squisito; dopo una lunga sete ogni acqua ci par deliziosa.

 

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Dal mondo del vino…

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Per amanti, estimatori, curiosi ed apprendisti enofili,  pubblico in questo post una raccolta di miei articoli apparsi finora dedicati alle degustazioni: per lo più si tratta di serate di notevole interesse organizzate da AIS Milano negli ultimi anni.

Madeira, storia dell’incredibile vino che arriva dai Tropici 

Vitovska, il vino delle rocce

Libano, emozioni enologiche tra antico e moderno

Travaglini e il Gattinara: tre generazioni di grandi vini

La Lilliput di Francia e i suoi grandi vini

Il Collio si racconta (in nove calici)

Thomas Niedermayr i vitigni PIWI: innovazione sostenibile

Vinitaly, consigli… per gli assaggi

I vini del Carso: dal mare alle rocce, dal bianco all’orange

Antichi e autoctoni: alla scoperta dei vini campani

Collio Day

Sancerre, cristalli liquidi scolpiti nella selce

Calici arcaici: la Sardegna che non ti aspetti

Collio, terra di bianchi di gran classe

Dolcetto di Dogliani, classico piemontese

Un rosso dove non te lo aspetti: lo Schioppettino di Prepotto

 

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Toulouse-Lautrec e l’esprit di Montmartre

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Divan Japonais

Prosegue fino al 18 febbraio a Milano presso Palazzo Reale Il mondo fuggevole di Toulouse Lautrec, la mostra dedicata a Henri de Toulouse Lautrec (1864-1901), grande protagonista e interprete della fervida vita parigina fin-de-siècle.

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Henri Toulouse Lautrec

 

Di nobili origini, vocato al disegno sin dall’infanzia, Lautrec fu segnato irrimediabilmente da una serie di fratture alle gambe, che ne bloccarono la crescita ossea e lo resero disabile a vita; giunto a Parigi per approfondire lo studio della pittura, scelse di vivere a Montmartre, leggendario quartiere popolare di cabaret, cafè chantant, case chiuse, prediletto dagli artisti.

La bizzarra e affascinante fauna di Montmartre divenne uno dei soggetti prediletti da Toulouse Lautrec; artisti come Aristide Bruant, Jane Avril, la Goulue, May Belfort, Yvette Guilbert e tanti altri protagonisti del Moulin Rouge e della vita teatrale, vengono ritratti nella loro oggettività, senza pregiudizi morali o di altro genere: nel tratto veloce e ineffabile di Lautrec emergono tutta la loro vivacità, le smorfie grottesche, i difetti caratterizzanti di volti vivi e reali, senza alcuna idealizzazione.

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Aristide Bruant

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May Milton

Colori brillanti, intensi e piatti, linee dinamiche, tagli compositivi arditi e influsso delle stampe giapponesi: sono le caratteristiche delle affiche, ovvero i poster pubblicitari stampati in gran numero per attirare i passanti, divenuti un vero e proprio stile pittorico: dagli spettacoli delle vedette di grido alle réclame pubblicitarie, la matita di Lautrec fissa per sempre l’esprit dell’epoca, i volti, i vestiti, i colori seducenti della vita notturna parigina.

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La Loge au mascaron doré

L’anticonformista Lautrec guarda con simpatia il mondo degli artisti, degli irregolari, delle donne che lavorano nelle maison closes: le ritrae senza malizia nell’umanità dei loro gesti quotidiani, dal risveglio alla toeletta, dall’acconciatura dei capelli ai momenti di affetto tra donne.

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Madame Poupule à la toilette

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Au lit

Durante il percorso espositivo si possono scoprire anche lati inediti del carattere del pittore: nonostante i dolori causati dalla sua malformazione, che lo porteranno a abusare di alcool e oppiacei e a morire a soli 36 anni, Lautrec era dotato di grande autoironia: lo testimoniano le divertenti fotografie che lo ritraggono in pose bizzarre, in vesti giapponesi, nudo in barca; inoltre spesso si divertiva a decorare con il suo tratto inconfondibile i menù delle cene che organizzava con gli amici artisti, inviti e programmi di sala.

(Pubblicato su weblombardia )

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La clownesse assise

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Ta bouche

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Malaparte, sessant’anni dopo

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Malaparte con il cane Febo

Proprio oggi, 19 luglio 2017, ricorre il sessantesimo anniversario della morte di Curzio Malaparte: poliedrico, discusso, amato e odiato protagonista dell’Italia letteraria (e non solo) del Novecento. Benedetto italiano e maledetto toscano, dimenticato per lungo tempo: fascista, comunista, ateo, cattolico, non c’è etichetta che non gli sia stata affibbiata; opportunista, affabulatore, seduttore di dame ma anche di lettori di tutto il mondo, che hanno apprezzato opere come La Pelle e Kaputt.

In Italia, invece, Curzio Malaparte è tornato agli “onori” della cronaca recentemente, grazie alla coppia di scrittori Rita Monaldi e Francesco Sorti, che hanno eletto il vulcanico pratese protagonista del loro ultimo libro del 2016, candidato al premio Strega, Malaparte. Morte come me. , ispiratore anche della proposta (non accettata) di conferire a Malaparte,  candidato – a sua insaputa – nel 1950 con La Pelle, uno premio Strega in memoriam; chissà come l’avrebbe presa il maledetto toscano, che al giallo liquore beneventano dichiarava di preferire lo champagne?

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Tornando al romanzo di Monaldi & Sorti, si tratta di un delizioso “giallo” ricco di citazioni che il lettore malapartiano si divertirà a individuare, rimandi, riferimenti a figure realmente esistite e tocchi di finzione letteraria. Curzio, il protagonista, si trova, ricoverato in fin di vita, costretto a scrivere il suo ultimo romanzo, commissionato dall’ineffabile Signora in nero, che per l’occasione si presenta nelle sembianze dell’algida Mona Williams; inizia così un lungo flash back, ambientato a Capri nel 1939.

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Malaparte a Capri

Tra ricevimenti eleganti, orchestrine jazz, attori americani, ufficiali nazisti, eccentrici miliardari e personaggi folcloristici, si muove con classe e arguzia Malaparte, dandy e provocatore; ma l’inattesa accusa dell’omicidio di una giovane e talentuosa poetessa inglese, Pamela Reynolds, lo costringerà a nascondersi, nei dintorni del cantiere della sua futura “Casa come me”, e condurre una complessa indagine, con la collaborazione dell’inseparabile cane Febo, in cui sono coinvolti importanti personaggi italiani e stranieri.

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Casa Malaparte, punta Massullo, Capri

Una lettura che può essere apprezzata su più livelli; la trama gialla, i riferimenti storici e di costume, e, soprattutto, l’abilità mimetica con cui gli autori sono riusciti ad assorbire lo stile e il fraseggio, rendendo alcuni passaggi così malapartiani da sembrare scritti  da Malaparte stesso. Malaparte come loro? Di sicuro questo romanzo è anche un invito, per chi non lo conoscesse. a riscoprire le opere del “maledetto toscano”.

(Per chi volesse saperne di più su Malaparte e la sua “schiava” Biancamaria, “schiava” di Malaparte)

 

 

 

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Tradizione e viticoltura dal XVI secolo: la Cantina del Glicine di Neive

A Neive (CN), grazioso paese langarolo, uno dei Borghi più belli d’Italia, circondato da vigneti di uve dolcetto, barbera e nebbiolo (siamo nella zona di produzione del celebre Barbaresco), tra mattoni rossi e verdi arbusti rampicanti, si nasconde una cantina del… 1582!

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Utilizzata  all’epoca dalla nobile famiglia Dal Pozzo della Cisterna, è un’attestazione di quanto antico e profondo sia il legame tra queste colline, recentemente riconosciute patrimonio Unesco, e l’arte della vinificazione.

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Con arcate caratterizzate dalla disposizione dei mattoni “a spina di pesce”, la suggestiva cantina, che ricorda incisioni seicentesche e racconti gotici, scende per oltre 9 metri sotto il livello del suolo: si conservano nelle nicchie barriques e botti, dove sostano i vini in evoluzione.

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Attualmente l’antica cantina, testimonianza del Barocco piemontese, appartiene a una piccola azienda, la Cantina del Glicine, che produce Arneis, Moscato d’Asti, Dolcetto d’Alba, Nebbiolo d’Alba, Barbera d’Alba e, ovviamente, Barbaresco.

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Ai visitatori, giunti nel negozio dopo il percorso sotterraneo, ricco di simpatici ninnoli, statuette e immagini ritraenti gatti e gufi, , viene offerta in degustazione una selezione dei vini dell’azienda, accompagnata da nocciole delle Langhe e formaggi: da segnalare, oltre ai Barbaresco cru Currà e Marcorino, l’interessante Barbera d’Alba, nelle versioni classica e barricata, prodotta secondo l’usanza tradizionale (permessa dal disciplinare) con 90% di uve barbera e 10% di nebbiolo, che rende il vino più profumato e morbido: una rarità, dato che questo stile di produzione viene utilizzato ormai da pochissimi.

 

 

 

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Manet e la Parigi fin de siècle

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Ritratto di Zola, Manet

Prosegue fino al 2 luglio la mostra di Palazzo Reale dedicata a Édouard Manet e alla Parigi del tardo Ottocento: oltre ad alcune opere del celeberrimo pittore francese, provenienti dalla collezione del Museo d’Orsay, sarà possibile ammirare numerose opere di artisti coevi, come Cézanne, Renoir, Degas, Boldini, Tissot e Berthe Morisot: completano l’esposizione disegni e acquerelli di Manet e di altri pittori.

Il percorso espositivo si apre con una sala dedicata alla cerchia artistica con cui Manet (1832- 1883) ebbe contatti: tra questi, Baudelaire, Zola e la pittrice Berthe Morisot, sua modella e in seguito cognata. Segue una sezione che evidenzia i cambiamenti radicali e la modernizzazione della città di Parigi; con nuove costruzioni e fermento culturale, la capitale francese diventa meta di artisti e intellettuali provenienti da tutta l’Europa.

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Cameriera della birreria, Manet

Tra caffè e brasserie, teatri d’opera e balletto si svolge la frizzante vita parigina, sia per i ceti abbienti che per quelli più popolari: Manet ritrae scene in questi ambienti, luoghi d’incontro del demi monde, focalizzandosi spesso sui singoli personaggi, come la Cameriera della birreria. Spiccano anche Il Ballo di Tissot, Scena di festa di Boldini e Una serata di Béraud, dalla atmosfere proustiane.

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Scena di festa, Boldini

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Il ballo, Tissot

La Senna, che bagna Parigi, e le sue rive, vengono spesso rappresentate dai pittori: numerose sono le scene di scampagnate campestri, ispirate dal famoso Déjeuner sur l’herbe dello stesso Manet, dipinte da Cézanne, Monet e altri.

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Chiaro di luna sul porto di Boulogne, Manet

Manet subisce anche il fascino delle vedute marine, forse per le sue esperienze come mozzo: emblematico è Il chiaro di luna sul porto di Boulogne.

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Ramo di peonie bianche, Manet

Anche i critici più severi concordavano che il pittore eccellesse nel ritrarre soggetti inanimati: le peonie, fiore preferito di Manet, sono ritratte accanto a delle cesoie per rendere l’ineffabile caducità del momento (Ramo di peonie bianche).

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Angelina, Manet

L’esposizione prosegue con una sezione dedicata alla Spagna: affascinato dai quadri di Velàzquez esposti al Louvre e influenzato dall’ispanismo allora in voga, Manet ritrae soggetti come la ballerina Lola di Valencia, Angelina e Il pifferaio, rifiutato dal Salon per la stesura dei colori e la mancanza di prospettiva, che lo accomunano quasi a una carta da gioco.

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Il pifferaio, Manet

Non mancano omaggi all’universo femminile, come il Balcone, dove le figure in bianco spiccano e contrastano con il verde delle persiane e della ringhiera, che lasciò perplessi pubblico e critica del Salon anche per la mancanza di un soggetto vero e proprio, e il magnetico Berthe Morisot con un mazzo di violette, in nero.

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Il balcone, Manet

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Berthe Morisot con un mazzo di violette, Manet

Affianco, alcune opere di Tissot (Due sorelle), Stevens e Renoir, che cattura il fascino misterioso delle donne con veletta (Madame Darras, Giovane donna con veletta).

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Madame Darras, Renoir

 

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Daniele Ranzoni, scapigliato maudit

I più celebri dipinti di Daniele Ranzoni, uno dei principali esponenti della Scapigliatura pittorica, saranno in mostra fino al 24 giugno a Milano, presso le Gallerie Maspes di Via Manzoni.

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Barboncino bianco, Daniele Ranzoni

Ranzoni, nato a Intra nel 1843, studiò a Brera e all’Accademia Albertina di Torino; venuto a contatto con alcuni esponenti della Scapigliatura milanese, tra cui il collega Tranquillo Cremona, contribuì al movimento artistico con le sue opere, principalmente ritratti, caratterizzate dalla pennellata morbida, vaporosa, in cui le figure sembrano emergere dallo sfondo grazie a delicate sfumature di colore.

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Ritratto della Signora Pisani Dossi, Daniele Ranzoni

Nel percorso espositivo, curato da Annie-Paule Quinsac, sono visibili opere, tutte provenienti da collezioni private, che ben manifestano le peculiarità della sua arte; dai ritratti di alcune signore della borghesia (Ritratto della signora Vercesi) o legate al mondo della Scapigliatura (Ritratto della signora Pisani Dossi, moglie di Carlo Dossi) o di bambini, ai quadri realizzati durante il periodo trascorso in Inghilterra, tra il 1877 e il 1879 (Giovinetta inglese, In contemplazione, Barboncino bianco), dove Ranzoni cercò di imporsi, con scarsa fortuna, come pittore della ricca borghesia d’oltremanica.

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In contemplazione, Daniele Ranzoni

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Ritratto di giovinetta inglese, Daniele Ranzoni

Rientrato in Italia, oppresso da disturbi nervosi, ridusse in parte la sua produzione; una delle sue ultime opere fu il Ritratto della signora Antonietta di Saint- Léger, visibile nel percorso espositivo, in cui la colta e volitiva nobildonna sembra svelare un’anima vulnerabile, resa dalla pennellata scarna giocata su minime variazioni cromatiche.

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Ritratto della Signora Antonietta di Saint Léger, Daniele Ranzoni

Ranzoni morì nel 1889, in solitudine, a Intra, dopo aver trascorso alcuni periodi presso la residenza svizzera nelle isole di Brissago, ospite dei Saint Léger: il suo stile pittorico, rappresentativo degli ideali scapigliati, vicini al tardo Romanticismo nordeuropeo e bohémien, ben si esprime nella ritrattistica, dove riesce a far emergere l’indole dei soggetti con pennellate vaporose e minime sfumature di tono.

Pubblicato su mondo pressing

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Il viaggio in Italia di Rubens

MOSTRA DI RUBENS A PALAZZO REALE A MILANO -La scoperta di Erittonio fanciullo

La scoperta di Erittonio fanciullo

Prosegue, fino al 26 febbraio presso Palazzo Reale, la mostra dedicata a Pietro Paolo Rubens e agli innegabili influssi che l’arte classica e rinascimentale italiana hanno avuto sulla sua opera.

La permanenza di Rubens in Italia durò solo otto anni, dal 1600 al 1608: il pittore, nato a Siegen, oggi in Germania, nel 1577, durante questo periodo ebbe modo di studiare e approfondire la sua conoscenza della scultura antica e dell’arte rinascimentale, specialmente artisti come Tintoretto e Correggio.

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Ganimede e l’aquila

Il breve soggiorno nella Penisola lasciò un segno indelebile nelle opere successive del maestro fiammingo, ma influenzò anche gli artisti italiani che, come Pietro da Cortona, Bernini e Luca Giordano, furono affascinati dall’arte di Rubens, già vicina ai nuovi stilemi barocchi.

Il percorso espositivo perciò affianca opere del pittore fiammingo, esempi celebri di statuaria classica e quadri di alcuni artisti cinquecenteschi e barocchi che risentono chiaramente del suo influsso, in un interessante gioco di rimandi e ispirazioni.

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L’adorazione dei pastori

La mostra, curata da Anna Lo Bianco e allestita da Corrado Anselmi, è articolata in quattro sezioni espositive: Il mondo di Rubens, dedicata alla personalità dell’artista; Santi come eroi, indicativa della nuova rappresentazione “secolarizzata” delle figure sacre, chiaramente ispirate all’antichità classica, come si può intuire confrontando, per esempio, la scultura detta il Torso del Belvedere, con il Compianto sul Cristo morto o con il Cristo risorto;  La furia del pennello, che ben descrive l’energia creativa e la vorticosa modalità di pittura di Rubens, segnalate già dai suoi biografi e riscontrabile in opere come Ganimede e l’aquila o il Ritratto di Giovanni Carlo Doria a cavallo; infine,  La forza del mito, dove l’ispirazione della mitologia classica convive con la ricerca di nuovi linguaggi, testimoniati dalle opere esposte di Bernini, Pietro da Cortona, Salvator Rosa e Luca Giordano.

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Compianto sul Cristo morto (Deposizione)

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Torso del Belvedere

Ercole, figura particolarmente amata da Rubens per la sua capacità di affrontare le sfide, è presente in diverse opere, come Ercole uccide il drago nel giardino delle Esperidi; a far da modello l’Ercole Farnese, fonte di ispirazione anche per Guido Reni. Oltre al Leone di Nemea e Saturno, altri soggetti classici sono Romolo, fondatore di Roma (Romolo e Remo allattati dalla lupa) ed Erittonio, mitologico primo re di Atene dalle gambe serpentiformi, ne La scoperta di Erittonio fanciullo, simbolici fondatori della civiltà occidentale.

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Romolo e Remo allattati dalla lupa

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Luca Giordano, Allegoria della pace e della guerra

(Pubblicato su Mondopressing )

 

 

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Ospedali da incubo (da Buzzati a Tognazzi)

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Un inspiegabile, ossessivo fischio al naso tormenta la vita di Giuseppe Inzerna, un imprenditore del settore cartario; spinto dalla moglie e dalla figlia, un giorno in cui si trova a passare dalla clinica d’eccellenza Salus Bank, decide di fare un check-up generale: non può immaginare che sarà l’inizio di un vertiginoso e inesplicabile peggioramento…

Girato nel 1967, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, Il fischio al naso è ispirato al famoso racconto di Dino Buzzati Sette piani del 1937 e alla successiva pìece teatrale Un caso clinico, rappresentata nel 1953.

Cosa ne pensava Buzzati del film? In realtà vi assistette solamente come spettatore, come spiega Lorenzo Viganò nella biografia illustrata Album Buzzati. Resta il fatto che, pur ispirandosi chiaramente all’opera letteraria, il film si distacca notevolmente dall’atmosfera che la pervade.

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Dino Buzzati

A differenza del racconto buzzatiano, angosciosa discesa agli Inferi senza momenti di distensione,in un crescendo di inquietudine, il film di Tognazzi gioca più sui toni grotteschi, dipingendo l’alienazione della modernissima clinica super accessoriata, popolata da infermiere che sembrano pin-up e medici improponibili e parodistici: il primario con il volto quasi totalmente coperto da un enorme stetoscopio, l’avvenente dottoressa che sembra voler sedurre Inzerna, il bizzarro dottor Salamoia, interpretato da Marco Ferreri, da cui Tognazzi era già stato diretto in alcune celebri pellicole, come La donna scimmia.

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Inzerna inizialmente, guarito dal fischio, si trova bene alla Salus Bank, le infermiere e i medici lo viziano, tanto da permettergli di portare in clinica anche l’amante; moglie e figlia sono contente di essersi liberate di lui, e anche il padre ne approfitta per stravolgere la conduzione della ditta con le sue idee strampalate. Presto però, a ogni passaggio di piano (nel film i malati più gravi salgono ai piani alti, nel racconto di Buzzati avveniva l’opposto), l’ansia cresce, fomentata dall’impassibile fermezza dei medici e dall’incomprensibile malattia che sembra peggiorare sempre più. Si entra sani e malati si diventa, di un male oscuro, inclassificabile, senza sintomi significativi, ma presente e annichilente. La salita porta il malato a dover progressivamente lasciare tutti i benefici di cui godeva nella vita reale (stanza singola, feste, lussi), per andare in stanze sempre più spoglie, condivise con gente sconosciuta.

E così, giunto ormai all’ultimo piano, dove vecchie suore hanno preso il posto delle giovani infermiere, mentre moglie e figlia discutono con i sanitari dell’eventualità di ibernarlo, Inzerna muore, solo, ucciso da un innocuo, insignificante fischio al naso….

 

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In dialogo con l’arte: Anna Crespi racconta i protagonisti della cultura contemporanea

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Anna Crespi, fondatrice dell’associazione meneghina Amici della Scala, instancabile promotrice e curatrice di progetti e incontri volti ad avvicinare il grande pubblico al mondo scaligero, ha intervistato alcuni protagonisti dell’arte e della cultura, nel tentativo di avvicinarsi, con garbo e delicatezza, alla loro anima.

Oriella Dorella, Giulio Giorello, Daniele Gatti, Arnaldo Pomodoro, Quirino Principe, Gillo Dorfles, Maurizio Nichetti, Claudio Magris, Ferruccio Soleri e Umberto Veronesi sono solo alcune delle personalità con cui l’autrice cerca di entrare in contatto, rivelandone l’unicità e l’autenticità al lettore.

In un’epoca dominata dalla comunicazione innaturalmente rapida e dalla superficialità si cerca di recuperare l’importanza del dialogo: come dichiara la stessa autrice, le sue interviste nascono “perché mi piace entrare nell’animo altrui”.

Le domande sorgono spontanee, seguono le suggestioni e l’ispirazione, traggono spunto dalle risposte, senza una sequenza prestabilita: scrittori, filosofi, personalità del mondo dell’imprenditoria, attori, musicisti, ognuno in modo diverso, chi lasciandosi andare, chi mantenendo maggior riserbo, svelano la propria interiorità all’intervistatrice.

A volte è inevitabile soffermarsi sull’attualità e sui grandi temi del momento; in altre occasioni le parole dell’interlocutore aprono la strada a riflessioni più intime e personali, a ricordi d’infanzia, a momenti di vita privata. Emerge così un profilo diverso del personaggio intervistato, in cui hanno più spazio le emozioni vissute che i risultati professionali.

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Anna Crespi con Claudio Abbado (dal sito Amici della Scala)

Anna Crespi domandando racconta di sé, ma senza mai sovrapporsi alla voce del protagonista: durante il dialogo “Dimentico me stessa. “ dichiara l’autrice:”Divento la persona che sto intervistando ed entro a far parte della sua vita.”

Molti dei personaggi scelti hanno un rapporto personale con l’autrice, altri provengono dal mondo della musica, di cui Anna Crespi si occupa da anni; altri invece sembrerebbero, per formazione e occupazione, più distanti, ma vi è comunque un tentativo di avvicinarsi, con curiosità e affabilità, di creare punti di contatto.

Chiude la raccolta, una curiosa ed estemporanea intervista “a tre”, che coinvolge Umberto Eco e il compositore Alexander Raskatov.

Anna Crespi, Esercizi di conversazione, Ponte alle Grazie, 2016

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