Tradizione e viticoltura dal XVI secolo: la Cantina del Glicine di Neive

A Neive (CN), grazioso paese langarolo, uno dei Borghi più belli d’Italia, circondato da vigneti di uve dolcetto, barbera e nebbiolo (siamo nella zona di produzione del celebre Barbaresco), tra mattoni rossi e verdi arbusti rampicanti, si nasconde una cantina del… 1582!

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Utilizzata  all’epoca dalla nobile famiglia Dal Pozzo della Cisterna, è un’attestazione di quanto antico e profondo sia il legame tra queste colline, recentemente riconosciute patrimonio Unesco, e l’arte della vinificazione.

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Con arcate caratterizzate dalla disposizione dei mattoni “a spina di pesce”, la suggestiva cantina, che ricorda incisioni seicentesche e racconti gotici, scende per oltre 9 metri sotto il livello del suolo: si conservano nelle nicchie barriques e botti, dove sostano i vini in evoluzione.

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Attualmente l’antica cantina, testimonianza del Barocco piemontese, appartiene a una piccola azienda, la Cantina del Glicine, che produce Arneis, Moscato d’Asti, Dolcetto d’Alba, Nebbiolo d’Alba, Barbera d’Alba e, ovviamente, Barbaresco.

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Ai visitatori, giunti nel negozio dopo il percorso sotterraneo, ricco di simpatici ninnoli, statuette e immagini ritraenti gatti e gufi, , viene offerta in degustazione una selezione dei vini dell’azienda, accompagnata da nocciole delle Langhe e formaggi: da segnalare, oltre ai Barbaresco cru Currà e Marcorino, l’interessante Barbera d’Alba, nelle versioni classica e barricata, prodotta secondo l’usanza tradizionale (permessa dal disciplinare) con 90% di uve barbera e 10% di nebbiolo, che rende il vino più profumato e morbido: una rarità, dato che questo stile di produzione viene utilizzato ormai da pochissimi.

 

 

 

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Manet e la Parigi fin de siècle

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Ritratto di Zola, Manet

Prosegue fino al 2 luglio la mostra di Palazzo Reale dedicata a Édouard Manet e alla Parigi del tardo Ottocento: oltre ad alcune opere del celeberrimo pittore francese, provenienti dalla collezione del Museo d’Orsay, sarà possibile ammirare numerose opere di artisti coevi, come Cézanne, Renoir, Degas, Boldini, Tissot e Berthe Morisot: completano l’esposizione disegni e acquerelli di Manet e di altri pittori.

Il percorso espositivo si apre con una sala dedicata alla cerchia artistica con cui Manet (1832- 1883) ebbe contatti: tra questi, Baudelaire, Zola e la pittrice Berthe Morisot, sua modella e in seguito cognata. Segue una sezione che evidenzia i cambiamenti radicali e la modernizzazione della città di Parigi; con nuove costruzioni e fermento culturale, la capitale francese diventa meta di artisti e intellettuali provenienti da tutta l’Europa.

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Cameriera della birreria, Manet

Tra caffè e brasserie, teatri d’opera e balletto si svolge la frizzante vita parigina, sia per i ceti abbienti che per quelli più popolari: Manet ritrae scene in questi ambienti, luoghi d’incontro del demi monde, focalizzandosi spesso sui singoli personaggi, come la Cameriera della birreria. Spiccano anche Il Ballo di Tissot, Scena di festa di Boldini e Una serata di Béraud, dalla atmosfere proustiane.

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Scena di festa, Boldini

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Il ballo, Tissot

La Senna, che bagna Parigi, e le sue rive, vengono spesso rappresentate dai pittori: numerose sono le scene di scampagnate campestri, ispirate dal famoso Déjeuner sur l’herbe dello stesso Manet, dipinte da Cézanne, Monet e altri.

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Chiaro di luna sul porto di Boulogne, Manet

Manet subisce anche il fascino delle vedute marine, forse per le sue esperienze come mozzo: emblematico è Il chiaro di luna sul porto di Boulogne.

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Ramo di peonie bianche, Manet

Anche i critici più severi concordavano che il pittore eccellesse nel ritrarre soggetti inanimati: le peonie, fiore preferito di Manet, sono ritratte accanto a delle cesoie per rendere l’ineffabile caducità del momento (Ramo di peonie bianche).

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Angelina, Manet

L’esposizione prosegue con una sezione dedicata alla Spagna: affascinato dai quadri di Velàzquez esposti al Louvre e influenzato dall’ispanismo allora in voga, Manet ritrae soggetti come la ballerina Lola di Valencia, Angelina e Il pifferaio, rifiutato dal Salon per la stesura dei colori e la mancanza di prospettiva, che lo accomunano quasi a una carta da gioco.

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Il pifferaio, Manet

Non mancano omaggi all’universo femminile, come il Balcone, dove le figure in bianco spiccano e contrastano con il verde delle persiane e della ringhiera, che lasciò perplessi pubblico e critica del Salon anche per la mancanza di un soggetto vero e proprio, e il magnetico Berthe Morisot con un mazzo di violette, in nero.

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Il balcone, Manet

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Berthe Morisot con un mazzo di violette, Manet

Affianco, alcune opere di Tissot (Due sorelle), Stevens e Renoir, che cattura il fascino misterioso delle donne con veletta (Madame Darras, Giovane donna con veletta).

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Madame Darras, Renoir

 

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Daniele Ranzoni, scapigliato maudit

I più celebri dipinti di Daniele Ranzoni, uno dei principali esponenti della Scapigliatura pittorica, saranno in mostra fino al 24 giugno a Milano, presso le Gallerie Maspes di Via Manzoni.

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Barboncino bianco, Daniele Ranzoni

Ranzoni, nato a Intra nel 1843, studiò a Brera e all’Accademia Albertina di Torino; venuto a contatto con alcuni esponenti della Scapigliatura milanese, tra cui il collega Tranquillo Cremona, contribuì al movimento artistico con le sue opere, principalmente ritratti, caratterizzate dalla pennellata morbida, vaporosa, in cui le figure sembrano emergere dallo sfondo grazie a delicate sfumature di colore.

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Ritratto della Signora Pisani Dossi, Daniele Ranzoni

Nel percorso espositivo, curato da Annie-Paule Quinsac, sono visibili opere, tutte provenienti da collezioni private, che ben manifestano le peculiarità della sua arte; dai ritratti di alcune signore della borghesia (Ritratto della signora Vercesi) o legate al mondo della Scapigliatura (Ritratto della signora Pisani Dossi, moglie di Carlo Dossi) o di bambini, ai quadri realizzati durante il periodo trascorso in Inghilterra, tra il 1877 e il 1879 (Giovinetta inglese, In contemplazione, Barboncino bianco), dove Ranzoni cercò di imporsi, con scarsa fortuna, come pittore della ricca borghesia d’oltremanica.

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In contemplazione, Daniele Ranzoni

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Ritratto di giovinetta inglese, Daniele Ranzoni

Rientrato in Italia, oppresso da disturbi nervosi, ridusse in parte la sua produzione; una delle sue ultime opere fu il Ritratto della signora Antonietta di Saint- Léger, visibile nel percorso espositivo, in cui la colta e volitiva nobildonna sembra svelare un’anima vulnerabile, resa dalla pennellata scarna giocata su minime variazioni cromatiche.

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Ritratto della Signora Antonietta di Saint Léger, Daniele Ranzoni

Ranzoni morì nel 1889, in solitudine, a Intra, dopo aver trascorso alcuni periodi presso la residenza svizzera nelle isole di Brissago, ospite dei Saint Léger: il suo stile pittorico, rappresentativo degli ideali scapigliati, vicini al tardo Romanticismo nordeuropeo e bohémien, ben si esprime nella ritrattistica, dove riesce a far emergere l’indole dei soggetti con pennellate vaporose e minime sfumature di tono.

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Il viaggio in Italia di Rubens

MOSTRA DI RUBENS A PALAZZO REALE A MILANO -La scoperta di Erittonio fanciullo

La scoperta di Erittonio fanciullo

Prosegue, fino al 26 febbraio presso Palazzo Reale, la mostra dedicata a Pietro Paolo Rubens e agli innegabili influssi che l’arte classica e rinascimentale italiana hanno avuto sulla sua opera.

La permanenza di Rubens in Italia durò solo otto anni, dal 1600 al 1608: il pittore, nato a Siegen, oggi in Germania, nel 1577, durante questo periodo ebbe modo di studiare e approfondire la sua conoscenza della scultura antica e dell’arte rinascimentale, specialmente artisti come Tintoretto e Correggio.

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Ganimede e l’aquila

Il breve soggiorno nella Penisola lasciò un segno indelebile nelle opere successive del maestro fiammingo, ma influenzò anche gli artisti italiani che, come Pietro da Cortona, Bernini e Luca Giordano, furono affascinati dall’arte di Rubens, già vicina ai nuovi stilemi barocchi.

Il percorso espositivo perciò affianca opere del pittore fiammingo, esempi celebri di statuaria classica e quadri di alcuni artisti cinquecenteschi e barocchi che risentono chiaramente del suo influsso, in un interessante gioco di rimandi e ispirazioni.

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L’adorazione dei pastori

La mostra, curata da Anna Lo Bianco e allestita da Corrado Anselmi, è articolata in quattro sezioni espositive: Il mondo di Rubens, dedicata alla personalità dell’artista; Santi come eroi, indicativa della nuova rappresentazione “secolarizzata” delle figure sacre, chiaramente ispirate all’antichità classica, come si può intuire confrontando, per esempio, la scultura detta il Torso del Belvedere, con il Compianto sul Cristo morto o con il Cristo risorto;  La furia del pennello, che ben descrive l’energia creativa e la vorticosa modalità di pittura di Rubens, segnalate già dai suoi biografi e riscontrabile in opere come Ganimede e l’aquila o il Ritratto di Giovanni Carlo Doria a cavallo; infine,  La forza del mito, dove l’ispirazione della mitologia classica convive con la ricerca di nuovi linguaggi, testimoniati dalle opere esposte di Bernini, Pietro da Cortona, Salvator Rosa e Luca Giordano.

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Compianto sul Cristo morto (Deposizione)

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Torso del Belvedere

Ercole, figura particolarmente amata da Rubens per la sua capacità di affrontare le sfide, è presente in diverse opere, come Ercole uccide il drago nel giardino delle Esperidi; a far da modello l’Ercole Farnese, fonte di ispirazione anche per Guido Reni. Oltre al Leone di Nemea e Saturno, altri soggetti classici sono Romolo, fondatore di Roma (Romolo e Remo allattati dalla lupa) ed Erittonio, mitologico primo re di Atene dalle gambe serpentiformi, ne La scoperta di Erittonio fanciullo, simbolici fondatori della civiltà occidentale.

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Romolo e Remo allattati dalla lupa

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Luca Giordano, Allegoria della pace e della guerra

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Ospedali da incubo (da Buzzati a Tognazzi)

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Un inspiegabile, ossessivo fischio al naso tormenta la vita di Giuseppe Inzerna, un imprenditore del settore cartario; spinto dalla moglie e dalla figlia, un giorno in cui si trova a passare dalla clinica d’eccellenza Salus Bank, decide di fare un check-up generale: non può immaginare che sarà l’inizio di un vertiginoso e inesplicabile peggioramento…

Girato nel 1967, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, Il fischio al naso è ispirato al famoso racconto di Dino Buzzati Sette piani del 1937 e alla successiva pìece teatrale Un caso clinico, rappresentata nel 1953.

Cosa ne pensava Buzzati del film? In realtà vi assistette solamente come spettatore, come spiega Lorenzo Viganò nella biografia illustrata Album Buzzati. Resta il fatto che, pur ispirandosi chiaramente all’opera letteraria, il film si distacca notevolmente dall’atmosfera che la pervade.

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Dino Buzzati

A differenza del racconto buzzatiano, angosciosa discesa agli Inferi senza momenti di distensione,in un crescendo di inquietudine, il film di Tognazzi gioca più sui toni grotteschi, dipingendo l’alienazione della modernissima clinica super accessoriata, popolata da infermiere che sembrano pin-up e medici improponibili e parodistici: il primario con il volto quasi totalmente coperto da un enorme stetoscopio, l’avvenente dottoressa che sembra voler sedurre Inzerna, il bizzarro dottor Salamoia, interpretato da Marco Ferreri, da cui Tognazzi era già stato diretto in alcune celebri pellicole, come La donna scimmia.

 il dottor Salamoia in azione

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Inzerna inizialmente, guarito dal fischio, si trova bene alla Salus Bank, le infermiere e i medici lo viziano, tanto da permettergli di portare in clinica anche l’amante; moglie e figlia sono contente di essersi liberate di lui, e anche il padre ne approfitta per stravolgere la conduzione della ditta con le sue idee strampalate. Presto però, a ogni passaggio di piano (nel film i malati più gravi salgono ai piani alti, nel racconto di Buzzati avveniva l’opposto), l’ansia cresce, fomentata dall’impassibile fermezza dei medici e dall’incomprensibile malattia che sembra peggiorare sempre più. Si entra sani e malati si diventa, di un male oscuro, inclassificabile, senza sintomi significativi, ma presente e annichilente. La salita porta il malato a dover progressivamente lasciare tutti i benefici di cui godeva nella vita reale (stanza singola, feste, lussi), per andare in stanze sempre più spoglie, condivise con gente sconosciuta.

E così, giunto ormai all’ultimo piano, dove vecchie suore hanno preso il posto delle giovani infermiere, mentre moglie e figlia discutono con i sanitari dell’eventualità di ibernarlo, Inzerna muore, solo, ucciso da un innocuo, insignificante fischio al naso….

 

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In dialogo con l’arte: Anna Crespi racconta i protagonisti della cultura contemporanea

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Anna Crespi, fondatrice dell’associazione meneghina Amici della Scala, instancabile promotrice e curatrice di progetti e incontri volti ad avvicinare il grande pubblico al mondo scaligero, ha intervistato alcuni protagonisti dell’arte e della cultura, nel tentativo di avvicinarsi, con garbo e delicatezza, alla loro anima.

Oriella Dorella, Giulio Giorello, Daniele Gatti, Arnaldo Pomodoro, Quirino Principe, Gillo Dorfles, Maurizio Nichetti, Claudio Magris, Ferruccio Soleri e Umberto Veronesi sono solo alcune delle personalità con cui l’autrice cerca di entrare in contatto, rivelandone l’unicità e l’autenticità al lettore.

In un’epoca dominata dalla comunicazione innaturalmente rapida e dalla superficialità si cerca di recuperare l’importanza del dialogo: come dichiara la stessa autrice, le sue interviste nascono “perché mi piace entrare nell’animo altrui”.

Le domande sorgono spontanee, seguono le suggestioni e l’ispirazione, traggono spunto dalle risposte, senza una sequenza prestabilita: scrittori, filosofi, personalità del mondo dell’imprenditoria, attori, musicisti, ognuno in modo diverso, chi lasciandosi andare, chi mantenendo maggior riserbo, svelano la propria interiorità all’intervistatrice.

A volte è inevitabile soffermarsi sull’attualità e sui grandi temi del momento; in altre occasioni le parole dell’interlocutore aprono la strada a riflessioni più intime e personali, a ricordi d’infanzia, a momenti di vita privata. Emerge così un profilo diverso del personaggio intervistato, in cui hanno più spazio le emozioni vissute che i risultati professionali.

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Anna Crespi con Claudio Abbado (dal sito Amici della Scala)

Anna Crespi domandando racconta di sé, ma senza mai sovrapporsi alla voce del protagonista: durante il dialogo “Dimentico me stessa. “ dichiara l’autrice:”Divento la persona che sto intervistando ed entro a far parte della sua vita.”

Molti dei personaggi scelti hanno un rapporto personale con l’autrice, altri provengono dal mondo della musica, di cui Anna Crespi si occupa da anni; altri invece sembrerebbero, per formazione e occupazione, più distanti, ma vi è comunque un tentativo di avvicinarsi, con curiosità e affabilità, di creare punti di contatto.

Chiude la raccolta, una curiosa ed estemporanea intervista “a tre”, che coinvolge Umberto Eco e il compositore Alexander Raskatov.

Anna Crespi, Esercizi di conversazione, Ponte alle Grazie, 2016

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La foresta incantata del Simbolismo

Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo. (da Il viaggio, C. Baudelaire)

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Knhopff, Caresses

Prosegue fino al 5 giugno presso Palazzo Reale la mostra Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle époque fino alla Grande Guerra, dedicata alla produzione artistica a cavallo tra Ottocento e Novecento. Oltre a celebri icone del movimento, come Carezze di Khnopff e L’isola dei morti di Böcklin, è possibile ammirare dipinti e opere grafiche, anche di artisti italiani, meno noti al grande pubblico.

L’esposizione inizia con una sezione dedicata a Charles Baudelaire, che pubblicò nel 1857 lo scandaloso Les fleurs du mal, fonte inesauribile di suggestioni e influssi che avranno sviluppo in tutte le arti di fine Ottocento: la natura come “foresta di simboli” troverà la propria rappresentazione nella multiforme produzione di artisti diversissimi per provenienza, gusto e stile.

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Baudelaire fotografato da Nadar

L’arte simbolista, tra spunti romantici e anticipazioni decò, immagini irreali e misteriosi rimandi, annovera tra i suoi esponenti i già citati Böcklin e Khnopff e altri artisti come Moureau, che si ispira ai miti classici, Von Stuck, di cui viene esposto il famoso Il peccato, Puvis de Chavannes, Gerhard, e Rops, autore del beffardo Pornokratés. Sono esposte anche alcune opere della corrente Nabis, guidata da Sérusier.

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Rops, Pronokratès

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Von Stuck, Il Peccato

Di notevole interesse le opere grafiche di Odilon Redon, che illustrò anche i Racconti di Edgar Allan Poe, e Max Klinger, autore di un bizzarro ciclo di disegni dedicato al ritrovamento del guanto della donna amata (Parafrasi sul ritrovamento di un guanto).

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Redon, Io vidi

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Klinger, Rapimento

Ampio spazio è dedicato al Simbolismo italiano, che ebbe una vetrina internazionale durante la Biennale del 1907: da Segantini, che anche nella produzione simbolista mantiene le ambientazioni alpestri (L’Amore alla fonte della vita), alle opere di Previati, già esponente del Divisionismo, passando per Nomellini, Kienerk (il trittico L’Enigma umano), Marussig e le sculture di Bistolfi.

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Previati, Il Giorno sveglia la Notte

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Kienerk, Il silenzio

Numerose le opere esposte di Giulio Aristide Sartorio, dall’imponente fregio Il poema della vita umana alla Sirena, ammirata anche da Pirandello, passando per il polittico di tema biblico Le vergini savie e le vergini stolte, regalo di nozze per il conte Gegè Primoli, dove appare, ritratta in fondo alle vergini stolte, anche la moglie di d’Annunzio, Maria Harduin di Gallese; altre stanze sono dedicate anche al decorativismo di Galileo Chini, all’orientalismo bizantino di Vittorio Zecchin, alle illustrazione d’ispirazione letteraria e nordica di Alberto Martini, raffinato dandy, amico ed estimatore della sulfurea marchesa Casati.

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Sartorio, Le Tenebre (da Il poema della vita umana)

The wise virgins and the foolish virgins, 1890-1891, by Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), triptych, oil on canvas, 188x205 cm. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

Sartorio, Le vergini savie e le vergini stolte

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Chini, La primavera classica

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Zecchin, Corteo delle principesse

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Martini, Notturno (La parabola dei celibi)

Durante il percorso espositivo vengono evidenziate anche alcune delle tematiche ricorrenti nella pur multiforme arte simbolista; i miti rivisitati di Orfeo e Medusa (Bonazza, Cutois, Moureau), il demoniaco, la donna infida incantatrice, seducente e serpentina (Il peccato, Von Stuck, Cleopatra, Previati), l’acqua purificatrice e le sue creature (Tritone e Nereide di Klinger, Sirena di Sartorio), la notte e l’oscurità, oltre all’importanza delle suggestioni musicali, Wagner e Parsifal in primis,ma anche Chopin e Beethoven, nell’immaginario dell’arte figurativa.

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Sartorio, Sirena

Orpheus, 1893 (oil on canvas)

Delville, Orfeo morto

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Podkowinski, La marcia funebre di Chopin

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Alfons Mucha, suggestioni Art Nouveau

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Zodiaque

Oltre 100 opere del celebre artista ceco, uno dei nomi di spicco nel panorama dell’Art Nouveau, si potranno ammirare ancora per un mese a Milano, presso Palazzo Reale.

La mostra, in corso fino al 20 marzo e organizzata dal Comune di Milano e dal Gruppo 24 ore, raccoglie pannelli decorativi, affiches, poster e réclame, realizzati dall’artista a cavallo tra Ottocento e Novecento, provenienti per lo più dalla Richard Fuxa Foundation.

A completare l’esposizione, vasi, suppellettili e arredamenti creati da manifatture di tutta Europa, per restituire le atmosfere e le suggestioni del decorativismo dell’epoca.

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La Danza

Alfons Mucha (1860-1939), nato in Moravia, visse a Vienna e a Parigi, dove divenne l’interprete delle raffinate atmosfere fin de siècle, decorando, con il suo stile inconfondibile, anche i famosi manifesti teatrali per gli spettacoli dell’attrice Sarah Bernhardt. La Bernhardt apprezzò talmente lo stile di Mucha da proporgli un contratto di 6 anni: esempi celebri sono le litografie per La Dame aux camelias, Lorenzaccio e Medée.

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Medée

Figure femminili sinuose, quasi sempre in delicate vesti neoclassiche, contornate da elementi floreali e pattern geometrici, a volte presenza di richiami bizantini, con una linea definita, come cornice, a racchiudere l’immagine: lo stesso stile fu utilizzato da Mucha anche per realizzare poster pubblicitari di vario tipo: il prodotto proposto, che sia champagne o polvere al cacao, birra o sigarette, passa in secondo piano; protagoniste sono quasi sempre le aggraziate fanciulle, tramutatesi anch’esse in elemento decorativo.

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Champagne Ruinart

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Tra le opere più interessanti, i cicli di stampe dedicati alle Arti, alle Stagioni, alle Pietre Preziose, ai Fiori: gli elementi ricorrenti dell’arte di Mucha sono affiancati in deliziosi accostamenti, e spesso si può cogliere anche un’influsso del japonisme allora (e anche adesso) così in voga; le stampe giapponesi suggestionano anche ceramisti (Galieo Chini) e vetrai (le vetrerie Daum), così come l’utilizzo del mondo animale come bizzarro e insolito elemento decorativo. Nel percorso espositivo si possono ammirare vasi in bronzo con pipistrelli, svuotatasche con pesci o gufi, vasi decorati con carpe cinesi…

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Topaze

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Rubis

Gli elementi naturali trionfano in tutta l’Art Nouveau: nelle litografie di Mucha ogni fiore, ogni pietra preziosa, diventa protagonista di una composizione che cerca di coglierne la personalità, attraverso raffinate suggestioni e pregiati accostamenti cromatici.

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Galileo Chini, Vaso con pesce

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Galileo Chini, Vaso con Fiori

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Walter Almaric, Svuotatasche con pesci

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De Nittis, Boldini e Zandomeneghi nella Parigi della Belle Époque

In corso fino al 21 febbraio 2016 presso GAM Manzoni di Milano, la mostra dedicata alla Belle Époque raccoglie una selezione di 35 opere di artisti italiani attivi in Francia tra Ottocento e Novecento, anche mai esposte in precedenza, come Dans le blé di De Nittis, provenienti da alcune collezioni private.

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Dans le blé

Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, originari di diverse zone e con diversi percorsi artistici, si trovarono a lavorare nel centro artistico fin de siècle, la Parigi del Salon des Refusés.

Apprezzati dalla società parigina e dal celebre mercante d’arte Paul Durand Ruel, sostenitore degli Impressionisti, i tre artisti italiani ritrassero, con i loro diversi stili, istanti, luoghi e personaggi, cogliendo e catturando la frizzante atmosfera dell’epoca, il mondo sfavillante e mondano ma anche la quotidianità delle passeggiate nel verde del Bois du Boulogne.

Di De Nittis, oltre al già citato Dans le blè, si possono ammirare Kimono color arancio, testimonianza degli esotismi orientali di moda in quel periodo, Au jardin e Passeggiata con i cagnolini, saggio dell’abilità del pittore di cogliere con raffinatezza le sfumature cromatiche della luce naturale.

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Passeggiata con i cagnolini

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Kimono color arancio

Boldini, grande ritrattista di dame e signore dell’alta società, recentemente protagonista di un’altra esposizione presso GAM Manzoni), con le sue pennellate vibranti e dinamiche ritrae la contessa de Rasty ne La lettera mattutina; Testa bruna e Nudo di donna con le calze nere, insieme alle altre opere esposte, evidenziano l’evoluzione dello stile boldiniano, che negli ultimi anni tende quasi all’astrazione.

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Lettera mattutina

07 – Giovanni Boldini

Testa bruna

Nelle opere esposte di Federico Zandomeneghi, tra gli artisti esposti quello che ebbe maggiori legami e contatti con l’Impressionismo francese, emerge l’influsso di artisti come Renoir e Cézanne; tra gli interessanti ritratti si notano gli eleganti Visita in camerino,Psyche e Entre amies.

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Visita in camerino

09 - Federico Zandomeneghi

Bambina con fiori

Completano l’esposizione alcune opere di Mancini, Tofano e Corcos, anch’essi attivi nella Parigi della Belle Époque.

La mostra è stata curata da Francesco Luigi Maspes e Enzo Savoia; per dettagli e informazioni www.gammanzoni.com

info@gammanzoni.com

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Hayez, un romantico a Milano

Autoritratto, Hayez

Autoritratto, Hayez

Nato a Venezia nel 1791 e morto a Milano nel 1882,  percorrendo una lunga esistenza costellata da un’ampia produzione pittorica, Francesco Hayez è identificato ancora oggi come pittore simbolo dell’epoca romantica e degli slanci patriottici del Risorgimento italiano.

La sede milanese delle Gallerie d’Italia, in Piazza della Scala a Milano, dedica all’artista fino al 21 febbraio 2016 una ricca esposizione, con alcuni pezzi rari,  che ne ripercorre cronologicamente la vita e l’opera; dopo gli anni di formazione tra Roma e Venezia, Hayez si afferma proprio a Milano, tanto che numerosi sono i protagonisti della vita culturale e mondana meneghina, come Alessandro Manzoni e la Contessa di Belgiojoso, a essere ritratti dal pittore veneziano.

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Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso

   

Hayez

Accusa segreta

La produzione di Hayez, solitamente ridotta al celeberrimo Bacio, le cui tre versioni, due appartenenti a privati collezionisti, sono esposte e visibili al pubblico, si rivela invece eclettica e variegata; dai soggetti storici, prediletti in epoca romantica, come i Vespri Siciliani, i drammi Shakesperiani, Martin Faliero, ai primi lavori con riferimenti mitologici ancora di impronta Neoclassica, a  tocchi di orientalismo allora in voga.

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Il bacio (prima versione, 1861)

Il bacio (prima versione, 1861)

I soggetti, anche nelle rappresentazioni mitologiche, mantengono un certo “realismo”: Venere che scherza con due colombe è in realtà il ritratto di una ballerina, e Giulietta nel quadro che ritrae l’ultimo saluto a Romeo,  indossa delle ciabatte da casa!

L'ultimo bacio di Romeo a Giulietta

L’ultimo bacio di Romeo a Giulietta

Venere che scherza con due colombe

Venere che scherza con due colombe

Spesso nelle sue opere sono identificabili accenni alle questioni politiche attuali, ma sempre, com’era usanza, filtrati attraverso il dramma storico e la rappresentazione in costume; lo stesso Bacio, nella prima versione in cui la dama indossa un abito bianco e il cavaliere una giacca verde e dei pantaloni rossi, allude all’auspicata unità italiana, simboleggiata dai colori della bandiera.

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

I numerosi autoritratti di Hayez realizzati nel corso degli anni testimoniano l’indiscussa abilità che l’artista ebbe fino alla fine dei suoi giorni: è evidente la maestria con cui realizzò Vaso di fiori sulla finestra di un harem  nel 1881, a novant’anni compiuti.

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

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