Ospedali da incubo (da Buzzati a Tognazzi)

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Un inspiegabile, ossessivo fischio al naso tormenta la vita di Giuseppe Inzerna, un imprenditore del settore cartario; spinto dalla moglie e dalla figlia, un giorno in cui si trova a passare dalla clinica d’eccellenza Salus Bank, decide di fare un check-up generale: non può immaginare che sarà l’inizio di un vertiginoso e inesplicabile peggioramento…

Girato nel 1967, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, Il fischio al naso è ispirato al famoso racconto di Dino Buzzati Sette piani del 1937 e alla successiva pìece teatrale Un caso clinico, rappresentata nel 1953.

Cosa ne pensava Buzzati del film? In realtà vi assistette solamente come spettatore, come spiega Lorenzo Viganò nella biografia illustrata Album Buzzati. Resta il fatto che, pur ispirandosi chiaramente all’opera letteraria, il film si distacca notevolmente dall’atmosfera che la pervade.

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Dino Buzzati

A differenza del racconto buzzatiano, angosciosa discesa agli Inferi senza momenti di distensione,in un crescendo di inquietudine, il film di Tognazzi gioca più sui toni grotteschi, dipingendo l’alienazione della modernissima clinica super accessoriata, popolata da infermiere che sembrano pin-up e medici improponibili e parodistici: il primario con il volto quasi totalmente coperto da un enorme stetoscopio, l’avvenente dottoressa che sembra voler sedurre Inzerna, il bizzarro dottor Salamoia, interpretato da Marco Ferreri, da cui Tognazzi era già stato diretto in alcune celebri pellicole, come La donna scimmia.

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Inzerna inizialmente, guarito dal fischio, si trova bene alla Salus Bank, le infermiere e i medici lo viziano, tanto da permettergli di portare in clinica anche l’amante; moglie e figlia sono contente di essersi liberate di lui, e anche il padre ne approfitta per stravolgere la conduzione della ditta con le sue idee strampalate. Presto però, a ogni passaggio di piano (nel film i malati più gravi salgono ai piani alti, nel racconto di Buzzati avveniva l’opposto), l’ansia cresce, fomentata dall’impassibile fermezza dei medici e dall’incomprensibile malattia che sembra peggiorare sempre più. Si entra sani e malati si diventa, di un male oscuro, inclassificabile, senza sintomi significativi, ma presente e annichilente. La salita porta il malato a dover progressivamente lasciare tutti i benefici di cui godeva nella vita reale (stanza singola, feste, lussi), per andare in stanze sempre più spoglie, condivise con gente sconosciuta.

E così, giunto ormai all’ultimo piano, dove vecchie suore hanno preso il posto delle giovani infermiere, mentre moglie e figlia discutono con i sanitari dell’eventualità di ibernarlo, Inzerna muore, solo, ucciso da un innocuo, insignificante fischio al naso….

 

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In dialogo con l’arte: Anna Crespi racconta i protagonisti della cultura contemporanea

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Anna Crespi, fondatrice dell’associazione meneghina Amici della Scala, instancabile promotrice e curatrice di progetti e incontri volti ad avvicinare il grande pubblico al mondo scaligero, ha intervistato alcuni protagonisti dell’arte e della cultura, nel tentativo di avvicinarsi, con garbo e delicatezza, alla loro anima.

Oriella Dorella, Giulio Giorello, Daniele Gatti, Arnaldo Pomodoro, Quirino Principe, Gillo Dorfles, Maurizio Nichetti, Claudio Magris, Ferruccio Soleri e Umberto Veronesi sono solo alcune delle personalità con cui l’autrice cerca di entrare in contatto, rivelandone l’unicità e l’autenticità al lettore.

In un’epoca dominata dalla comunicazione innaturalmente rapida e dalla superficialità si cerca di recuperare l’importanza del dialogo: come dichiara la stessa autrice, le sue interviste nascono “perché mi piace entrare nell’animo altrui”.

Le domande sorgono spontanee, seguono le suggestioni e l’ispirazione, traggono spunto dalle risposte, senza una sequenza prestabilita: scrittori, filosofi, personalità del mondo dell’imprenditoria, attori, musicisti, ognuno in modo diverso, chi lasciandosi andare, chi mantenendo maggior riserbo, svelano la propria interiorità all’intervistatrice.

A volte è inevitabile soffermarsi sull’attualità e sui grandi temi del momento; in altre occasioni le parole dell’interlocutore aprono la strada a riflessioni più intime e personali, a ricordi d’infanzia, a momenti di vita privata. Emerge così un profilo diverso del personaggio intervistato, in cui hanno più spazio le emozioni vissute che i risultati professionali.

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Anna Crespi con Claudio Abbado (dal sito Amici della Scala)

Anna Crespi domandando racconta di sé, ma senza mai sovrapporsi alla voce del protagonista: durante il dialogo “Dimentico me stessa. “ dichiara l’autrice:”Divento la persona che sto intervistando ed entro a far parte della sua vita.”

Molti dei personaggi scelti hanno un rapporto personale con l’autrice, altri provengono dal mondo della musica, di cui Anna Crespi si occupa da anni; altri invece sembrerebbero, per formazione e occupazione, più distanti, ma vi è comunque un tentativo di avvicinarsi, con curiosità e affabilità, di creare punti di contatto.

Chiude la raccolta, una curiosa ed estemporanea intervista “a tre”, che coinvolge Umberto Eco e il compositore Alexander Raskatov.

Anna Crespi, Esercizi di conversazione, Ponte alle Grazie, 2016

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La foresta incantata del Simbolismo

Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo. (da Il viaggio, C. Baudelaire)

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Knhopff, Caresses

Prosegue fino al 5 giugno presso Palazzo Reale la mostra Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle époque fino alla Grande Guerra, dedicata alla produzione artistica a cavallo tra Ottocento e Novecento. Oltre a celebri icone del movimento, come Carezze di Khnopff e L’isola dei morti di Böcklin, è possibile ammirare dipinti e opere grafiche, anche di artisti italiani, meno noti al grande pubblico.

L’esposizione inizia con una sezione dedicata a Charles Baudelaire, che pubblicò nel 1857 lo scandaloso Les fleurs du mal, fonte inesauribile di suggestioni e influssi che avranno sviluppo in tutte le arti di fine Ottocento: la natura come “foresta di simboli” troverà la propria rappresentazione nella multiforme produzione di artisti diversissimi per provenienza, gusto e stile.

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Baudelaire fotografato da Nadar

L’arte simbolista, tra spunti romantici e anticipazioni decò, immagini irreali e misteriosi rimandi, annovera tra i suoi esponenti i già citati Böcklin e Khnopff e altri artisti come Moureau, che si ispira ai miti classici, Von Stuck, di cui viene esposto il famoso Il peccato, Puvis de Chavannes, Gerhard, e Rops, autore del beffardo Pornokratés. Sono esposte anche alcune opere della corrente Nabis, guidata da Sérusier.

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Rops, Pronokratès

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Von Stuck, Il Peccato

Di notevole interesse le opere grafiche di Odilon Redon, che illustrò anche i Racconti di Edgar Allan Poe, e Max Klinger, autore di un bizzarro ciclo di disegni dedicato al ritrovamento del guanto della donna amata (Parafrasi sul ritrovamento di un guanto).

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Redon, Io vidi

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Klinger, Rapimento

Ampio spazio è dedicato al Simbolismo italiano, che ebbe una vetrina internazionale durante la Biennale del 1907: da Segantini, che anche nella produzione simbolista mantiene le ambientazioni alpestri (L’Amore alla fonte della vita), alle opere di Previati, già esponente del Divisionismo, passando per Nomellini, Kienerk (il trittico L’Enigma umano), Marussig e le sculture di Bistolfi.

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Previati, Il Giorno sveglia la Notte

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Kienerk, Il silenzio

Numerose le opere esposte di Giulio Aristide Sartorio, dall’imponente fregio Il poema della vita umana alla Sirena, ammirata anche da Pirandello, passando per il polittico di tema biblico Le vergini savie e le vergini stolte, regalo di nozze per il conte Gegè Primoli, dove appare, ritratta in fondo alle vergini stolte, anche la moglie di d’Annunzio, Maria Harduin di Gallese; altre stanze sono dedicate anche al decorativismo di Galileo Chini, all’orientalismo bizantino di Vittorio Zecchin, alle illustrazione d’ispirazione letteraria e nordica di Alberto Martini, raffinato dandy, amico ed estimatore della sulfurea marchesa Casati.

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Sartorio, Le Tenebre (da Il poema della vita umana)

The wise virgins and the foolish virgins, 1890-1891, by Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), triptych, oil on canvas, 188x205 cm. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

Sartorio, Le vergini savie e le vergini stolte

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Chini, La primavera classica

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Zecchin, Corteo delle principesse

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Martini, Notturno (La parabola dei celibi)

Durante il percorso espositivo vengono evidenziate anche alcune delle tematiche ricorrenti nella pur multiforme arte simbolista; i miti rivisitati di Orfeo e Medusa (Bonazza, Cutois, Moureau), il demoniaco, la donna infida incantatrice, seducente e serpentina (Il peccato, Von Stuck, Cleopatra, Previati), l’acqua purificatrice e le sue creature (Tritone e Nereide di Klinger, Sirena di Sartorio), la notte e l’oscurità, oltre all’importanza delle suggestioni musicali, Wagner e Parsifal in primis,ma anche Chopin e Beethoven, nell’immaginario dell’arte figurativa.

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Sartorio, Sirena

Orpheus, 1893 (oil on canvas)

Delville, Orfeo morto

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Podkowinski, La marcia funebre di Chopin

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Alfons Mucha, suggestioni Art Nouveau

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Zodiaque

Oltre 100 opere del celebre artista ceco, uno dei nomi di spicco nel panorama dell’Art Nouveau, si potranno ammirare ancora per un mese a Milano, presso Palazzo Reale.

La mostra, in corso fino al 20 marzo e organizzata dal Comune di Milano e dal Gruppo 24 ore, raccoglie pannelli decorativi, affiches, poster e réclame, realizzati dall’artista a cavallo tra Ottocento e Novecento, provenienti per lo più dalla Richard Fuxa Foundation.

A completare l’esposizione, vasi, suppellettili e arredamenti creati da manifatture di tutta Europa, per restituire le atmosfere e le suggestioni del decorativismo dell’epoca.

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La Danza

Alfons Mucha (1860-1939), nato in Moravia, visse a Vienna e a Parigi, dove divenne l’interprete delle raffinate atmosfere fin de siècle, decorando, con il suo stile inconfondibile, anche i famosi manifesti teatrali per gli spettacoli dell’attrice Sarah Bernhardt. La Bernhardt apprezzò talmente lo stile di Mucha da proporgli un contratto di 6 anni: esempi celebri sono le litografie per La Dame aux camelias, Lorenzaccio e Medée.

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Medée

Figure femminili sinuose, quasi sempre in delicate vesti neoclassiche, contornate da elementi floreali e pattern geometrici, a volte presenza di richiami bizantini, con una linea definita, come cornice, a racchiudere l’immagine: lo stesso stile fu utilizzato da Mucha anche per realizzare poster pubblicitari di vario tipo: il prodotto proposto, che sia champagne o polvere al cacao, birra o sigarette, passa in secondo piano; protagoniste sono quasi sempre le aggraziate fanciulle, tramutatesi anch’esse in elemento decorativo.

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Champagne Ruinart

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Tra le opere più interessanti, i cicli di stampe dedicati alle Arti, alle Stagioni, alle Pietre Preziose, ai Fiori: gli elementi ricorrenti dell’arte di Mucha sono affiancati in deliziosi accostamenti, e spesso si può cogliere anche un’influsso del japonisme allora (e anche adesso) così in voga; le stampe giapponesi suggestionano anche ceramisti (Galieo Chini) e vetrai (le vetrerie Daum), così come l’utilizzo del mondo animale come bizzarro e insolito elemento decorativo. Nel percorso espositivo si possono ammirare vasi in bronzo con pipistrelli, svuotatasche con pesci o gufi, vasi decorati con carpe cinesi…

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Amethyste

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Emeraude

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Topaze

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Rubis

Gli elementi naturali trionfano in tutta l’Art Nouveau: nelle litografie di Mucha ogni fiore, ogni pietra preziosa, diventa protagonista di una composizione che cerca di coglierne la personalità, attraverso raffinate suggestioni e pregiati accostamenti cromatici.

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Galileo Chini, Vaso con pesce

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Galileo Chini, Vaso con Fiori

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Walter Almaric, Svuotatasche con pesci

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De Nittis, Boldini e Zandomeneghi nella Parigi della Belle Époque

In corso fino al 21 febbraio 2016 presso GAM Manzoni di Milano, la mostra dedicata alla Belle Époque raccoglie una selezione di 35 opere di artisti italiani attivi in Francia tra Ottocento e Novecento, anche mai esposte in precedenza, come Dans le blé di De Nittis, provenienti da alcune collezioni private.

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Dans le blé

Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, originari di diverse zone e con diversi percorsi artistici, si trovarono a lavorare nel centro artistico fin de siècle, la Parigi del Salon des Refusés.

Apprezzati dalla società parigina e dal celebre mercante d’arte Paul Durand Ruel, sostenitore degli Impressionisti, i tre artisti italiani ritrassero, con i loro diversi stili, istanti, luoghi e personaggi, cogliendo e catturando la frizzante atmosfera dell’epoca, il mondo sfavillante e mondano ma anche la quotidianità delle passeggiate nel verde del Bois du Boulogne.

Di De Nittis, oltre al già citato Dans le blè, si possono ammirare Kimono color arancio, testimonianza degli esotismi orientali di moda in quel periodo, Au jardin e Passeggiata con i cagnolini, saggio dell’abilità del pittore di cogliere con raffinatezza le sfumature cromatiche della luce naturale.

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Passeggiata con i cagnolini

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Kimono color arancio

Boldini, grande ritrattista di dame e signore dell’alta società, recentemente protagonista di un’altra esposizione presso GAM Manzoni), con le sue pennellate vibranti e dinamiche ritrae la contessa de Rasty ne La lettera mattutina; Testa bruna e Nudo di donna con le calze nere, insieme alle altre opere esposte, evidenziano l’evoluzione dello stile boldiniano, che negli ultimi anni tende quasi all’astrazione.

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Lettera mattutina

07 – Giovanni Boldini

Testa bruna

Nelle opere esposte di Federico Zandomeneghi, tra gli artisti esposti quello che ebbe maggiori legami e contatti con l’Impressionismo francese, emerge l’influsso di artisti come Renoir e Cézanne; tra gli interessanti ritratti si notano gli eleganti Visita in camerino,Psyche e Entre amies.

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Visita in camerino

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Bambina con fiori

Completano l’esposizione alcune opere di Mancini, Tofano e Corcos, anch’essi attivi nella Parigi della Belle Époque.

La mostra è stata curata da Francesco Luigi Maspes e Enzo Savoia; per dettagli e informazioni www.gammanzoni.com

info@gammanzoni.com

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Hayez, un romantico a Milano

Autoritratto, Hayez

Autoritratto, Hayez

Nato a Venezia nel 1791 e morto a Milano nel 1882,  percorrendo una lunga esistenza costellata da un’ampia produzione pittorica, Francesco Hayez è identificato ancora oggi come pittore simbolo dell’epoca romantica e degli slanci patriottici del Risorgimento italiano.

La sede milanese delle Gallerie d’Italia, in Piazza della Scala a Milano, dedica all’artista fino al 21 febbraio 2016 una ricca esposizione, con alcuni pezzi rari,  che ne ripercorre cronologicamente la vita e l’opera; dopo gli anni di formazione tra Roma e Venezia, Hayez si afferma proprio a Milano, tanto che numerosi sono i protagonisti della vita culturale e mondana meneghina, come Alessandro Manzoni e la Contessa di Belgiojoso, a essere ritratti dal pittore veneziano.

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Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso

   

Hayez

Accusa segreta

La produzione di Hayez, solitamente ridotta al celeberrimo Bacio, le cui tre versioni, due appartenenti a privati collezionisti, sono esposte e visibili al pubblico, si rivela invece eclettica e variegata; dai soggetti storici, prediletti in epoca romantica, come i Vespri Siciliani, i drammi Shakesperiani, Martin Faliero, ai primi lavori con riferimenti mitologici ancora di impronta Neoclassica, a  tocchi di orientalismo allora in voga.

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Il bacio (prima versione, 1861)

Il bacio (prima versione, 1861)

I soggetti, anche nelle rappresentazioni mitologiche, mantengono un certo “realismo”: Venere che scherza con due colombe è in realtà il ritratto di una ballerina, e Giulietta nel quadro che ritrae l’ultimo saluto a Romeo,  indossa delle ciabatte da casa!

L'ultimo bacio di Romeo a Giulietta

L’ultimo bacio di Romeo a Giulietta

Venere che scherza con due colombe

Venere che scherza con due colombe

Spesso nelle sue opere sono identificabili accenni alle questioni politiche attuali, ma sempre, com’era usanza, filtrati attraverso il dramma storico e la rappresentazione in costume; lo stesso Bacio, nella prima versione in cui la dama indossa un abito bianco e il cavaliere una giacca verde e dei pantaloni rossi, allude all’auspicata unità italiana, simboleggiata dai colori della bandiera.

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

I numerosi autoritratti di Hayez realizzati nel corso degli anni testimoniano l’indiscussa abilità che l’artista ebbe fino alla fine dei suoi giorni: è evidente la maestria con cui realizzò Vaso di fiori sulla finestra di un harem  nel 1881, a novant’anni compiuti.

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

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Biancamaria, “schiava” di Malaparte

Biancamaria Fabbri

Biancamaria Fabbri

Dopo i tre anni vissuti con Malaparte, se devo fare un’analisi devo dire che mi sono restati o che ho vissuto solo giorni da buttare. (…) Nessuno poteva essere come lui. E il mondo? Com’era bello, allegro, pulito quando me lo ha fatto scoprire! Una festa di odori, di colori! Ho anche viaggiato, ma nessuno è più riuscito a farmi apprezzare il canto di un uccellino, o il colore di un tramonto, non ho più visto il mare color corallo e la gente mi è sembrata sempre più scadente. 

Quando incontrò per la prima volta Curzio Malaparte, all’epoca famoso e discusso autore dello “scandaloso” romanzo La Pelle, Biancamaria Fabbri era una ragazza milanese di belle speranze. Fotomodella, con l’ambizione di lavorare nel mondo del cinema, riuscì a convincere il severo nonno a lasciarla partire per Roma, per il provino de Il Cristo Proibito, esordio registico del “maledetto toscano”, che l’aveva convocata dopo aver visto alcune sue foto sul Corriere Lombardo.

Biancamaria Fabbri con Alberto Lattuada

Biancamaria Fabbri con Alberto Lattuada

Biancamaria non fu scelta per il ruolo da protagonista, ma in compenso iniziò, dopo liti, insulti, accuse e l’invidia di una segretaria calunniatrice, una travagliata relazione con uno degli uomini più amati e odiati del secondo dopoguerra: gelosissimo, un po’ egoista e accentratore, Malaparte introdusse la giovane, neanche ventenne, ne la crème del bel mondo: dalla villa di Forte dei Marmi a Capri, poi a Roma e Parigi, in un continuo rutilante via vai di cene di gala, incontri con celebrità del cinema, viaggi improvvisati. E al suo fianco, un uomo bello e altero, che diffondeva successo come profumo, al suo passaggio. E come lei, la gente era soggiogata dal suo fascino (…); si comportava in modo camaleontico, cambiando parere a seconda delle persone che facevano parte della troupe… 

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Ingenua, inesperta, Biancamaria racconta con sincerità a tratti naif il suo “romanzo di formazione”; in Provenza fece visita a tre grandissimi pittori, Chagall, Matisse e Picasso, che però non fece una grande impressione alla giovane: era scontroso e irascibile: parlò con Malaparte, non con me, io ero nessuno. Ci offrì del vino buttandolo con malagrazia su un tavolaccio fratino intagliato e corroso, in una cucina con un grande camino (…).  

Divertente l’episodio con Jean Marais: Biancamaria Fabbri, a cena con lui e Cocteau, guardò rapita l’attore per tutta la sera, sfoggiando il suo francese; la sera dopo arriva imprevisto un mazzo di rose rosse. Malaparte fa il geloso, insinua che la ragazza abbia fatto colpo; ma quando, emozionata, legge il biglietto, c’è scritto “Cogliona, sono io”.

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Vivere con un personaggio da tale levatura non è facile: Biancamaria arriva sempre dopo tutto, a volte si sente un oggetto, trascurata e reclusa, sola, anche nella stupenda villa caprese; sarà questo il motivo della sua fuga, a cui Malaparte tenterà invano di rimediare. Eppure, a distanza di anni, confessa che avrebbe perdonato, sarebbe tornata con lui, nonostante tutto. Nel 1979, più di vent’anni dopo la morte dello scrittore, la Fabbri decide di lasciare una testimonianza dei suoi anni vissuti con Malaparte: è Oriana Fallaci, amica comune della coppia, a spronarla e a suggerirle di descrivere con sincerità e candore la loro storia, compresi i sentimenti di inferiorità e di ammirazione che la giovane provava.

L’orgoglio, la riservatezza, la profondità di sentimenti nascosti sotto un egoismo di difesa, il sincero amore per i cani: alcuni tratti del Malaparte privato che emergono nell’appassionato racconto della donna che visse con lui tre anni, non certo facili, ma che l’avrebbero segnata indelebilmente, regalandole ricordi impossibili da imitare.

(Biancamaria Fabbri, Schiava di Malaparte, Edicoop, 1980)

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Carmen: scandalo, modernità e tradizione

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Nell’attesa della prossima ripresa scaligera (dal 22 marzo al 16 giugno) della celebre opera di Bizet, gli Amici della Scala, all’interno del ciclo di incontri aperti al pubblico “Prima delle prime”, hanno promosso un incontro dedicato a Carmen, a cura del musicologo Emilio Sala.

Tratta dall’omonima novella di Mérimée e rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1875, Carmen destò inizialmente scandalo per la sua tragicità, l’acceso realismo e la conturbante figura della protagonista, icona della femme fatale, demoniaca e indecifrabile.
Il realismo della rappresentazione fu reputato eccessivo dai critici dell’epoca, tanto che alcuni giunsero a paragonare l’imprevedibile gitana a un personaggio di un quadro di Monet (che nel 1863 aveva dipinto la scandalosa Olympia) o addirittura a un provocatorio dipinto alla Courbet.

Un’opera caratterizzata dall’acceso realismo, con ricche pennellate di colore locale spagnolo, dalle sigaraie ai toreri: non manca però, nella provocazione, il riferimento alla tradizione.
Le convenzioni sono identificabili infatti nella forma standard del preludio in forma di rondò, anche se, inaspettato, l’elemento straniante si trova, all’ascolto, proprio alla fine del rondò, quasi a voler beffare l’ascoltatore, convinto di trovarsi alle prese con un brano totalmente convenzionale.
Il dualismo continua con la scelta di topoi musicali (la settima diminuita, il tremolo…) tradizionalmente legati ai temi del destino e dell’alterità, incarnata proprio dall’esotica protagonista.

Bizet per musicare Carmen trasse spunto da alcuni brani tradizionali, probabilmente ascoltati presso il salotto parigino di Maria Malibran, celebre mezzosoprano di origine spagnola; la famosa Habanera è una copia quasi perfetta della canzone “El Arreglito”, scelta volutamente dal compositore, sempre all’insegna del realismo. In origine, al posto del noto brano, sarebbe dovuta esserci, curiosamente, una tarantella.

Articolo apparso su 2duerighe.com

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Giovanni Boldini, Parisien d’Italie

Ritratto della principessa Radzwill

Ritratto della principessa Radzwill

Sono gli ultimi giorni per visitare la mostra dedicata a Giovanni Boldini, Boldini Parisien d’Italie, allestita presso la GAM Manzoni di Milano (Via Manzoni 45 ), fino al 18 gennaio.

Quaranta opere realizzate tra 1870 e 1920, alcune mai esposte al pubblico e provenienti da collezioni private, che permettono al visitatore di immergersi nell’affascinante mondo fin de siècle immortalato dal pittore ferrarese.

Giovanni Boldini (1842 – 1931) imparò i primi rudimenti di pittura dal padre, pittore e copista dei vedutisti veneziani; dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, i viaggi a Napoli e Londra, nel 1871 aprì uno studio a Parigi, diventando a breve uno dei beniamini del bel mondo d’oltralpe, amatissimo dalle parigine.

Seppur alle prese per lo più con ritratti di nobildonne e quadri su commissione, spesso con soggetti galanti e provocanti, Boldini riesce a cogliere comunque, con la sua flessuosa e personalissima pennellata, lo spirito seducente dell’epoca.

Le donne sono assolute protagoniste nell’opera di Boldini, tra richiami settecenteschi e accenni d’esotismo: i densi e veloci tratti di pennello illuminano con fiori e nastri le ricche vesti, aggiungono vezzosi dettagli di colore.

Taquinant le perrequet

Taquinant le perrequet

La visita

La visita

Le mani affusolate, quasi all’inverosimile, con tocchi rossi di smalto, gli occhi luminosi, i maliziosi nastri tra i capelli: così appaiono le protagoniste de La Lettera (1873), Giovane seduta al pianoforte (1873), L’attesa (1878), e le bellissime dei ritratti come Marie Louise d’Herrouet, M.lle Gillespie, Enrichetta Allegri…

Lina Cavalieri

Lina Cavalieri

Ritratto della Signora Enrichetta Allegri

Ritratto della Signora Enrichetta Allegri

Nell’esposizione spiccano anche capolavori con soggetti diversi, come l’Omnibus in Place Pigalle (1882), scena parigina dal vero, magistralmente resa nonostante il piccolo formato.

Omnibus in Place Pigalle

Omnibus in Place Pigalle

(Articolo pubblicato su 2duerighe.com )

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Se il ventriloquo ha una doppia personalità

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Un ventriloquo egocentrico, la graziosa assistente segretamente innamorata di lui e un pupazzo impertinente: sono i protagonisti di The Great Gabbo (1929), diretto da James Cruze con lo zampino di Erich von Stroheim.

Von Stroheim, regista celebre più per la pignoleria e la ricchezza delle scenografie che causavano l’ira dei produttori e delle case cinematografiche che per i suoi film capolavoro (Rapacità, Femmine folli, l’incompiuto Queen Kelly con Gloria Swanson), era noto all’epoca soprattutto per il personaggio che era solito impersonare.

Austriaco emigrato negli Stati Uniti, dove iniziò a occuparsi di cinema con Griffith, rappresentava il perfetto stereotipo del “cattivo” dei film postbellici, l’alto ufficiale austroungarico con nostalgie imperiali, dall’immancabile monocolo.  Un ruolo che gli diede celebrità, tanto da guadagnarsi l’epiteto di l’uomo che si ama odiare. 

Gabbo e Otto

Gabbo e Otto

In questo frangente invece lo vediamo alle prese con un ruolo diverso, che sembra comunque calzargli a pennello: Gabbo è un ventriloquo abilissimo, ma arrogante e megalomane: caccia la bella Mary, sua assistente, perché rompe un vassoio in scena e rovina la sua esibizione.  La ragazza saluta con affetto solo Otto, il pupazzo di Gabbo: sembra proprio lui, con l’inquietante vocetta dall’accento tedesco, essere il portavoce dei veri sentimenti d’affetto di Gabbo per Mary, che l’egocentrico ventriloquo tenta di negare.

Gabbo, Mary e Otto

Gabbo, Mary e Otto

Rivedendo Mary tempo dopo a teatro, Gabbo tenterà invano di riconquistarla: geloso del marito della vedette, si accanirà proprio su Otto, l’unico “amico”, cavandogli gli occhi e strappandogli i capelli, che la dolce Mary amava pettinare. Rimasto solo, cacciato dall’impresario dopo aver rovinato l’esibizione di Mary, Gabbo si allontana con il suo pupazzo mentre gli addetti del teatro tolgono l’insegna del suo spettacolo.

Gabbo se la prende con Otto

Gabbo se la prende con Otto

Nonostante sia mortificato dalle eccessive scene coreografico, il film mantiene un certo fascino, soprattutto grazie all’abilità di Von Stroheim nei panni di Gabbo e all’inquietante figura di Otto.

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