Comisso e la Città di Vita

L’esperienza Fiumana lasciò negli animi di tutti coloro che vi parteciparono impronte indelebili, ricordi vivissimi. Dopo il Natale di Sangue del 1920 ci fu chi si disperse e tornò alla vita di prima, chi aderì in seguito al Fascismo, chi traspose artisticamente il ricordo di quei giorni incredibili.

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Giovanni Comisso, trevigiano, figlio di una nobildonna decaduta e di un commerciante di granaglie, scrittore oggi quasi dimenticato, scrisse nel 1924, traendo ispirazione dai giorni fumani, un romanzo breve denso di sensazioni, atmosfere, personaggi incredibili sospesi tra l’eroismo e la commedia, Il porto dell’amore.  Comisso dopo gli studi in legge combattè come volontario durante la prima guerra mondiale; abbandonò successivamente l’esercito regolare per associarsi a d’Annunzio e ai legionari che occupavano la città, porto franco cosmopolita, ma con abitanti di maggioranza italiana. Qui il giovane scrittore, durante la Reggenza del Carnaro, visse anni  folli e ricchi d’esperienze d’ogni sorta: nella Città di Vita tutto era permesso, i divertimenti, gli amori d’ogni genere, gli scherzi, e la cocaina, la dannunziana polvere folle,  scorreva a fiumi.

Giovanni Comisso

Giovanni Comisso

Guido Keller

Guido Keller

Con uno stile impressionista, immediato, sensuale e visivo, teso a cogliere e ad inebriarsi di ogni percezione, Comisso narra il suo ozioso vagabondare tra terra e mare alla ricerca di sensazioni inedite, di una rinnovata comunione panica con la natura nei suoi aspetti più selvaggi. Basta sdraiarsi su una pietra arsa in pieno sole per sentirsi parte del tutto, della natura e del mondo degli uomini. In questa ricerca lo accompagna l’amico, mai nominato, ma in cui si riconosce l’eccentrico aviatore Guido Keller, uno dei protagonisti del mondo fiumano. Vegetariano, nudista, hippie ante litteram, Keller condivide con Comisso viaggi in barca a vela verso mete sconosciute, frugali pasti a base di latte e miele, serate viziose con amici e amiche, ma anche gli ultimi drammatici scontri militari che dissolveranno l’effimero sogno del  Vate Comandante e dei suoi Arditi.

Avevamo combattuto per difendere la città, ma anche qualcosa d’altro, che a nessun costo si sarebbe potuto riconquistare. Ormai non eravamo più come a primavera, come nell’estate. Ci pesava la vita e noi eravamo invecchiati insieme ai nostri vestiti imbevuti di profumi, di polvere, di sudore, e consunti.

Il percorso di formazione del protagonista, proiezione biografica dell’autore, termina così, mentre all’inevitabile senso di perdita e vuoto dato dall’infrangersi di un sogno condiviso, segue una tragicomica lotta contro i pidocchi, che probabilmente qualche soldato ha attaccato ai due amici. Dai legionari ai parassiti: si conclude con una nota d’ironia amara l’evocazione di giorni formidabili, in cui l’impossibile sembrava realtà.

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