Hayez, un romantico a Milano

Autoritratto, Hayez

Autoritratto, Hayez

Nato a Venezia nel 1791 e morto a Milano nel 1882,  percorrendo una lunga esistenza costellata da un’ampia produzione pittorica, Francesco Hayez è identificato ancora oggi come pittore simbolo dell’epoca romantica e degli slanci patriottici del Risorgimento italiano.

La sede milanese delle Gallerie d’Italia, in Piazza della Scala a Milano, dedica all’artista fino al 21 febbraio 2016 una ricca esposizione, con alcuni pezzi rari,  che ne ripercorre cronologicamente la vita e l’opera; dopo gli anni di formazione tra Roma e Venezia, Hayez si afferma proprio a Milano, tanto che numerosi sono i protagonisti della vita culturale e mondana meneghina, come Alessandro Manzoni e la Contessa di Belgiojoso, a essere ritratti dal pittore veneziano.

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Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso

   

Hayez

Accusa segreta

La produzione di Hayez, solitamente ridotta al celeberrimo Bacio, le cui tre versioni, due appartenenti a privati collezionisti, sono esposte e visibili al pubblico, si rivela invece eclettica e variegata; dai soggetti storici, prediletti in epoca romantica, come i Vespri Siciliani, i drammi Shakesperiani, Martin Faliero, ai primi lavori con riferimenti mitologici ancora di impronta Neoclassica, a  tocchi di orientalismo allora in voga.

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Gli ultimi momenti del Doge Martin Faliero

Il bacio (prima versione, 1861)

Il bacio (prima versione, 1861)

I soggetti, anche nelle rappresentazioni mitologiche, mantengono un certo “realismo”: Venere che scherza con due colombe è in realtà il ritratto di una ballerina, e Giulietta nel quadro che ritrae l’ultimo saluto a Romeo,  indossa delle ciabatte da casa!

L'ultimo bacio di Romeo a Giulietta

L’ultimo bacio di Romeo a Giulietta

Venere che scherza con due colombe

Venere che scherza con due colombe

Spesso nelle sue opere sono identificabili accenni alle questioni politiche attuali, ma sempre, com’era usanza, filtrati attraverso il dramma storico e la rappresentazione in costume; lo stesso Bacio, nella prima versione in cui la dama indossa un abito bianco e il cavaliere una giacca verde e dei pantaloni rossi, allude all’auspicata unità italiana, simboleggiata dai colori della bandiera.

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

La paziente (ritratto di Carolina Zucchi)

I numerosi autoritratti di Hayez realizzati nel corso degli anni testimoniano l’indiscussa abilità che l’artista ebbe fino alla fine dei suoi giorni: è evidente la maestria con cui realizzò Vaso di fiori sulla finestra di un harem  nel 1881, a novant’anni compiuti.

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

Vaso di fiori sulla finestra di un harem

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Biancamaria, “schiava” di Malaparte

Biancamaria Fabbri

Biancamaria Fabbri

Dopo i tre anni vissuti con Malaparte, se devo fare un’analisi devo dire che mi sono restati o che ho vissuto solo giorni da buttare. (…) Nessuno poteva essere come lui. E il mondo? Com’era bello, allegro, pulito quando me lo ha fatto scoprire! Una festa di odori, di colori! Ho anche viaggiato, ma nessuno è più riuscito a farmi apprezzare il canto di un uccellino, o il colore di un tramonto, non ho più visto il mare color corallo e la gente mi è sembrata sempre più scadente. 

Quando incontrò per la prima volta Curzio Malaparte, all’epoca famoso e discusso autore dello “scandaloso” romanzo La Pelle, Biancamaria Fabbri era una ragazza milanese di belle speranze. Fotomodella, con l’ambizione di lavorare nel mondo del cinema, riuscì a convincere il severo nonno a lasciarla partire per Roma, per il provino de Il Cristo Proibito, esordio registico del “maledetto toscano”, che l’aveva convocata dopo aver visto alcune sue foto sul Corriere Lombardo.

Biancamaria Fabbri con Alberto Lattuada

Biancamaria Fabbri con Alberto Lattuada

Biancamaria non fu scelta per il ruolo da protagonista, ma in compenso iniziò, dopo liti, insulti, accuse e l’invidia di una segretaria calunniatrice, una travagliata relazione con uno degli uomini più amati e odiati del secondo dopoguerra: gelosissimo, un po’ egoista e accentratore, Malaparte introdusse la giovane, neanche ventenne, ne la crème del bel mondo: dalla villa di Forte dei Marmi a Capri, poi a Roma e Parigi, in un continuo rutilante via vai di cene di gala, incontri con celebrità del cinema, viaggi improvvisati. E al suo fianco, un uomo bello e altero, che diffondeva successo come profumo, al suo passaggio. E come lei, la gente era soggiogata dal suo fascino (…); si comportava in modo camaleontico, cambiando parere a seconda delle persone che facevano parte della troupe… 

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Ingenua, inesperta, Biancamaria racconta con sincerità a tratti naif il suo “romanzo di formazione”; in Provenza fece visita a tre grandissimi pittori, Chagall, Matisse e Picasso, che però non fece una grande impressione alla giovane: era scontroso e irascibile: parlò con Malaparte, non con me, io ero nessuno. Ci offrì del vino buttandolo con malagrazia su un tavolaccio fratino intagliato e corroso, in una cucina con un grande camino (…).  

Divertente l’episodio con Jean Marais: Biancamaria Fabbri, a cena con lui e Cocteau, guardò rapita l’attore per tutta la sera, sfoggiando il suo francese; la sera dopo arriva imprevisto un mazzo di rose rosse. Malaparte fa il geloso, insinua che la ragazza abbia fatto colpo; ma quando, emozionata, legge il biglietto, c’è scritto “Cogliona, sono io”.

Curzio Malaparte

Curzio Malaparte

Vivere con un personaggio da tale levatura non è facile: Biancamaria arriva sempre dopo tutto, a volte si sente un oggetto, trascurata e reclusa, sola, anche nella stupenda villa caprese; sarà questo il motivo della sua fuga, a cui Malaparte tenterà invano di rimediare. Eppure, a distanza di anni, confessa che avrebbe perdonato, sarebbe tornata con lui, nonostante tutto. Nel 1979, più di vent’anni dopo la morte dello scrittore, la Fabbri decide di lasciare una testimonianza dei suoi anni vissuti con Malaparte: è Oriana Fallaci, amica comune della coppia, a spronarla e a suggerirle di descrivere con sincerità e candore la loro storia, compresi i sentimenti di inferiorità e di ammirazione che la giovane provava.

L’orgoglio, la riservatezza, la profondità di sentimenti nascosti sotto un egoismo di difesa, il sincero amore per i cani: alcuni tratti del Malaparte privato che emergono nell’appassionato racconto della donna che visse con lui tre anni, non certo facili, ma che l’avrebbero segnata indelebilmente, regalandole ricordi impossibili da imitare.

(Biancamaria Fabbri, Schiava di Malaparte, Edicoop, 1980)

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Carmen: scandalo, modernità e tradizione

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Nell’attesa della prossima ripresa scaligera (dal 22 marzo al 16 giugno) della celebre opera di Bizet, gli Amici della Scala, all’interno del ciclo di incontri aperti al pubblico “Prima delle prime”, hanno promosso un incontro dedicato a Carmen, a cura del musicologo Emilio Sala.

Tratta dall’omonima novella di Mérimée e rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1875, Carmen destò inizialmente scandalo per la sua tragicità, l’acceso realismo e la conturbante figura della protagonista, icona della femme fatale, demoniaca e indecifrabile.
Il realismo della rappresentazione fu reputato eccessivo dai critici dell’epoca, tanto che alcuni giunsero a paragonare l’imprevedibile gitana a un personaggio di un quadro di Monet (che nel 1863 aveva dipinto la scandalosa Olympia) o addirittura a un provocatorio dipinto alla Courbet.

Un’opera caratterizzata dall’acceso realismo, con ricche pennellate di colore locale spagnolo, dalle sigaraie ai toreri: non manca però, nella provocazione, il riferimento alla tradizione.
Le convenzioni sono identificabili infatti nella forma standard del preludio in forma di rondò, anche se, inaspettato, l’elemento straniante si trova, all’ascolto, proprio alla fine del rondò, quasi a voler beffare l’ascoltatore, convinto di trovarsi alle prese con un brano totalmente convenzionale.
Il dualismo continua con la scelta di topoi musicali (la settima diminuita, il tremolo…) tradizionalmente legati ai temi del destino e dell’alterità, incarnata proprio dall’esotica protagonista.

Bizet per musicare Carmen trasse spunto da alcuni brani tradizionali, probabilmente ascoltati presso il salotto parigino di Maria Malibran, celebre mezzosoprano di origine spagnola; la famosa Habanera è una copia quasi perfetta della canzone “El Arreglito”, scelta volutamente dal compositore, sempre all’insegna del realismo. In origine, al posto del noto brano, sarebbe dovuta esserci, curiosamente, una tarantella.

Articolo apparso su 2duerighe.com

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Giovanni Boldini, Parisien d’Italie

Ritratto della principessa Radzwill

Ritratto della principessa Radzwill

Sono gli ultimi giorni per visitare la mostra dedicata a Giovanni Boldini, Boldini Parisien d’Italie, allestita presso la GAM Manzoni di Milano (Via Manzoni 45 ), fino al 18 gennaio.

Quaranta opere realizzate tra 1870 e 1920, alcune mai esposte al pubblico e provenienti da collezioni private, che permettono al visitatore di immergersi nell’affascinante mondo fin de siècle immortalato dal pittore ferrarese.

Giovanni Boldini (1842 – 1931) imparò i primi rudimenti di pittura dal padre, pittore e copista dei vedutisti veneziani; dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, i viaggi a Napoli e Londra, nel 1871 aprì uno studio a Parigi, diventando a breve uno dei beniamini del bel mondo d’oltralpe, amatissimo dalle parigine.

Seppur alle prese per lo più con ritratti di nobildonne e quadri su commissione, spesso con soggetti galanti e provocanti, Boldini riesce a cogliere comunque, con la sua flessuosa e personalissima pennellata, lo spirito seducente dell’epoca.

Le donne sono assolute protagoniste nell’opera di Boldini, tra richiami settecenteschi e accenni d’esotismo: i densi e veloci tratti di pennello illuminano con fiori e nastri le ricche vesti, aggiungono vezzosi dettagli di colore.

Taquinant le perrequet

Taquinant le perrequet

La visita

La visita

Le mani affusolate, quasi all’inverosimile, con tocchi rossi di smalto, gli occhi luminosi, i maliziosi nastri tra i capelli: così appaiono le protagoniste de La Lettera (1873), Giovane seduta al pianoforte (1873), L’attesa (1878), e le bellissime dei ritratti come Marie Louise d’Herrouet, M.lle Gillespie, Enrichetta Allegri…

Lina Cavalieri

Lina Cavalieri

Ritratto della Signora Enrichetta Allegri

Ritratto della Signora Enrichetta Allegri

Nell’esposizione spiccano anche capolavori con soggetti diversi, come l’Omnibus in Place Pigalle (1882), scena parigina dal vero, magistralmente resa nonostante il piccolo formato.

Omnibus in Place Pigalle

Omnibus in Place Pigalle

(Articolo pubblicato su 2duerighe.com )

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Se il ventriloquo ha una doppia personalità

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Un ventriloquo egocentrico, la graziosa assistente segretamente innamorata di lui e un pupazzo impertinente: sono i protagonisti di The Great Gabbo (1929), diretto da James Cruze con lo zampino di Erich von Stroheim.

Von Stroheim, regista celebre più per la pignoleria e la ricchezza delle scenografie che causavano l’ira dei produttori e delle case cinematografiche che per i suoi film capolavoro (Rapacità, Femmine folli, l’incompiuto Queen Kelly con Gloria Swanson), era noto all’epoca soprattutto per il personaggio che era solito impersonare.

Austriaco emigrato negli Stati Uniti, dove iniziò a occuparsi di cinema con Griffith, rappresentava il perfetto stereotipo del “cattivo” dei film postbellici, l’alto ufficiale austroungarico con nostalgie imperiali, dall’immancabile monocolo.  Un ruolo che gli diede celebrità, tanto da guadagnarsi l’epiteto di l’uomo che si ama odiare. 

Gabbo e Otto

Gabbo e Otto

In questo frangente invece lo vediamo alle prese con un ruolo diverso, che sembra comunque calzargli a pennello: Gabbo è un ventriloquo abilissimo, ma arrogante e megalomane: caccia la bella Mary, sua assistente, perché rompe un vassoio in scena e rovina la sua esibizione.  La ragazza saluta con affetto solo Otto, il pupazzo di Gabbo: sembra proprio lui, con l’inquietante vocetta dall’accento tedesco, essere il portavoce dei veri sentimenti d’affetto di Gabbo per Mary, che l’egocentrico ventriloquo tenta di negare.

Gabbo, Mary e Otto

Gabbo, Mary e Otto

Rivedendo Mary tempo dopo a teatro, Gabbo tenterà invano di riconquistarla: geloso del marito della vedette, si accanirà proprio su Otto, l’unico “amico”, cavandogli gli occhi e strappandogli i capelli, che la dolce Mary amava pettinare. Rimasto solo, cacciato dall’impresario dopo aver rovinato l’esibizione di Mary, Gabbo si allontana con il suo pupazzo mentre gli addetti del teatro tolgono l’insegna del suo spettacolo.

Gabbo se la prende con Otto

Gabbo se la prende con Otto

Nonostante sia mortificato dalle eccessive scene coreografico, il film mantiene un certo fascino, soprattutto grazie all’abilità di Von Stroheim nei panni di Gabbo e all’inquietante figura di Otto.

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Pulito a domicilio, green e low cost

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Costretti a correre dal mattino alla sera, a destreggiarsi tra ritardi, scioperi, traffico: il logorio della vita moderna miete sempre più vittime, specialmente nelle grandi città.
Organizzare una giornata così frenetica e riuscire a riservare un po’ di tempo e spazio anche a se stessi diventa quasi impossibile, specialmente se bisogna pensare anche delle detestate faccende domestiche, di cui puntualmente si finisce per occuparsi proprio nei momenti di tanto desiderato svago!

Per fortuna internet viene in soccorso anche in questo caso, come avviene con mobilityclean(dot)com : attraverso il suo sito internet, l’azienda offre servizi di lavaggio, pulizia e sanificazione di ogni tipo.
Dalle auto agli uffici ai negozi fino alla casa, per pulizie ordinarie o “di primavera”: basta collegarsi, chiedere un preventivo e la risposta arriverà in breve tempo; lo staff “mobile”si sposta per tutta Italia.
Così si potranno fronteggiare anche i casi più urgenti e le visite a sorpresa, oppure farsi aiutare, indicando agli addetti di Mobilityclean eventuali preferenze e istruzioni per pulire a fondo la propria abitazione.

Oltre a proporre prezzi vantaggiosi, l’azienda opera nel rispetto dell’ambiente, utilizzando detergenti ecologici certificati Ecolabel e cercando di minimizzare il consumo di acqua. In linea con la filosofia “green”, che negli ultimi anni sta -fortunatamente- avendo sempre più successo, vengono scelti dei prodotti i pulizia che si basano sulla tecnologia bio-activa, che impiega micro organismi che si nutrono di grasso, sporco e sostanze oleose, producendo come unico scarto solo acqua e biossido di carbonio.
Alcuni di questi prodotti, per la pulizia e non solo, si trovano in vendita sul sito, nella sezione Shop.

Alle vittime delle pulizie dell’ultimo minuto a questo punto non resta che mettersi comodi e contattare Mobilityclean, nel rispetto dell’ambiente e del pulito!

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Segantini ritorna a Milano

Ritorno dal bosco

Ritorno dal bosco

Oltre 120 opere di Giovanni Segantini, provenienti da collezioni private e da musei di tutto il mondo, saranno esposte a Palazzo Reale dal 18 settembre 2014 al 18 gennaio 2015.

Noto e ammirato in vita, Segantini è stato a lungo dimenticato e sottovalutato dalla critica, specialmente nel nostro paese. La lacuna verrà colmata da questa mostra, a lungo attesa, che promette di essere la rassegna più completa mai realizzata finora in Italia; a Milano, d’altronde, l’artista (nato ad Arco di Trento quando era ancora territorio austriaco, nel 1858, e morto in Engadina nel 1899) si formò artisticamente e culturalmente.

Studente all’Accademia di Brera, proprio qui viene a contatto con linguaggi diversi, dal divisionismo al simbolismo alla scapigliatura.

Milano sarà anche l’unica città a permettere a Segantini il contatto con la cultura europea: l’artista infatti, impossibilitato ad espatriare perché “renitente alla leva” in Austria, trascorrerà il resto della sua breve vita tra la Brianza e le montagne svizzere.

Il Naviglio a Ponte San Marco

Il Naviglio a Ponte San Marco

Il percorso espositivo, curato da Annie-Paule Quinsac, grande esperta di Segantini, e da Diana Segantini, pronipote del pittore, è articolato in otto sezioni, ognuna dedicata ad un aspetto dell’arte di Segantini.

Ave Maria a trasbordo

Ave Maria a trasbordo

Dagli “Esordi”, in cui sono esposte anche le opere giovanili dedicate a Milano, alla sezione dedicata alle “Nature Morte”, dalla “Natura e vita nei campi”, dove si possono ammirare Alla stanga e Ritorno all’ovile, a “Natura e Simbolo”, con i celebri Ave Maria a trasbordo, Ritorno dal bosco, Mezzogiorno sulle Alpi, L’ora mesta, Donna alla fonte, dove la natura assume il ruolo di protagonista e simbolo al tempo stesso, sotto la luce favolosa del cielo delle Alpi, reso efficacemente con la tecnica divisionista.

Mezzogiorno sulle Alpi

Mezzogiorno sulle Alpi

Nella stanza dedicata alla Maternità si possono invece ammirare il famoso olio Le due madri, e le opere simboliste, che recuperano la tecnica rinascimentale dell’aggiungere oro in polvere per aumentare la luminosità.

Alle opere esposte vengono spesso affiancati gli interessanti disegni preparatori, utili per comprendere meglio le fasi elaborative.

Promossa dal Comune di Milano, Palazzo Reale e Skira editore, in collaborazione con Fondazione Antonio Mazzotta, la mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale multidisciplinare dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano.

Per ulteriori informazioni http://www.mostrasegantini.it  e http://www.comune.milano.it/palazzoreale

 

Articolo pubblicato su 2DueRighe

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“Tu n’as rien vu à Hiroshima!”

Durante la rassegna dedicata ad Alain Resnais, il maestro della Nouvelle Vague recentemente scomparso, lo Spazio Oberdan di Milano ha riproposto il primo lungometraggio del regista e probabilmente uno dei suoi film più celebri, Hiroshima mon amour (1959); per l’occasione è stata proiettata la versione originale sottotitolata, recentemente restaurata a cura della Cineteca di Bologna.

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Candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, scritta da Marguerite Duras, il film racconta la vicenda di due amanti, lei francese, lui giapponese, incontratisi per caso ad Hiroshima, pochi anni dopo il terribile bombardamento atomico.
Un incontro che sembra destinato a essere un’avventura passeggera, ma si trasforma, si trasfigura, e porta la protagonista, un’attrice francese che si trova in Giappone per girare un film “sulla pace”, a scavare nei suoi ricordi, a rievocare e rivivere la tragica passione vissuta da ragazza a Nevers, per un soldato tedesco.

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L’amante giapponese, un architetto occupato nella ricostruzione, diventa una proiezione dell’antico amore, e – attraverso un continuo intreccio di presente e passato, dettagli di epoche diverse che si accavallano, anticipazioni e flash back, suoni e rumori di Hiroshima oggi sovrapposti a immagini di Nevers ieri – la donna, che lo ha scelto come unico confidente, svela finalmente quel passato che fino ad allora aveva cercato di dissolvere, inutilmente, nell’oblio.
Lo stesso oblio che rischia di inghiottire infine anche i due amanti, mentre si inseguono di notte camminando senza sosta nella città quasi deserta, in attesa che lei prenda l’aereo per la Francia (ma partirà davvero?).

I dolorosi ricordi di guerra, quelli personali e quelli collettivi s’intrecciano e si sovrappongono, mentre nella città, che non dorme mai, si organizzano tour nei luoghi delle rovine e si proiettano filmati che rievocano il terrore di quei giorni, già trasformati in merce per i turisti mentre la tragedia è ancora dietro l’angolo, nei volti sfigurati, nella pelle ustionata.

Il ricordo o l’oblio? L’interrogativo resta senza risposta, tra il passato e il presente, sospeso tra i suggestivi fotogrammi in bianco e nero.

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Klimt, alle origini di un mito a Palazzo Reale

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Ha già attirato numerosi visitatori, specialmente in questi giorni festivi, la mostra dedicata a Gustav Klimt presso Palazzo Reale a Milano.

Klimt – alle origini di un mito, realizzata in collaborazione con il museo Belvedere di Vienna e curata da Alfred Weidinger, studioso e autore del catalogo ragionato dell’opera klimtiana, permette al visitatore di scoprire l’evoluzione artistica e personale del celebre artista viennese.

Dalla collaborazione iniziale con i fratelli Ernest e Georg, passando per i lavori realizzati per la Scuola di Arti Applicate, in cui dimostra la sua abilità e versatilità anche nelle opere su commissione, fino alla fondazione della Secessione Viennese (1898), un’associazione di artisti che tentò di superare lo storicismo accademico e creare una nuova estetica, comprendendo anche architettura e arti applicate. salomè-klimt

Tra polemiche e accuse, Klimt realizza alcuni dei suoi capolavori, tra cui il Fregio di Beethoven per il Palazzo della Secessione di Vienna (1902), riprodotto integralmente nell’esposizione, dove emerge il personalissimo stile dell’artista, con le immagini ieratiche e gli inserti in oro che richiamano l’arte bizantina, le decorazioni geometriche, la bidimensionalità.

Dopo la dissociazione dalla Secessione, Klimt si dedica a nuovi progetti,   rinnova e trasforma la sua pittura: nel percorso dell’esposizione è possibile  vedere alcune celebri opere, come Acqua in movimento, Fuochi Fatui e Salomé, rappresentazioni pittoriche della femme fatale, figura d’irresistibile fascino per la cultura dell’epoca; Girasole, ritratto simbolico della compagna Emilie Flöge e rappresentativo dello stile “aureo”; Adamo ed Eva, l’ultima opera, incompiuta, dell’artista. Completano il percorso fotografie e cartoline, oggetti personali, ritratti su commissione, schizzi, e alcuni interessanti paesaggi, come Bosco di faggi.

Palazzo Reale, Milano, fino al 13 luglio 2014.

Per ulteriori informazioni http://www.klimtmilano.it

Pubblicato  su http://www.2duerighe.com/arte/28108-klimit-alle-origini-di-un-mito.html

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La bambola e il Superuomo

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Bruno Landeschi, romanziere geniale e interpido combattente durante il primo conflitto mondiale, s’innamora della bionda Teresa detta Trillirì, un trillo umano, un fuoco di aurora, uno sguardo di velluto nuotante nel più bell’azzurro che mai acqua di lago abbia sognato, conosciuta a Milano in un caffè.

Trillirì è una donna bambola, infantile e capricciosa, ma è proprio per questo lato bambinesco che attrae Bruno: tra i due inizia una torbida relazione che nell’immaginazione dei due amanti arriva a sfiorare l’incesto. Trillirì diventa la bambola di Bruno, che le riserva una stanza dove la ragazza si circonda a sua volta di bambole e vezzi.

L’uomo che s’era fatto una missione di dare la scalata ai cieli più inaccessibili (…) che pareva nato per conquiste gigantesche e dominii sovraumani non può più vivere senza il suo giocattolo, plasmato a suo piacimento: non scrive più, non si vede più in società. Non saranno l’aborto di Trillirì nè la convocazione in tribunale per ratto di minorenne a rompere l’idillio, ma un avvenimento inatteso a scuotere Landeschi e ad incrinare le relazione con la donna bambola: Gabriele d’Annunzio comandante di tutti gli spiriti eroici e geniali ha occupato Fiume. Bruno, affascinato dall’impresa di uno spirito affine, abbandona l’inerte esistenza nell’alcova bambolesca, e parte per raggiungere il Comandante.

Anche se all’inizio Trillirì lo segue, conquistando le simpatie di tutti, ben presto la Città di vita assorbe completamente Bruno, lo rigenera dal vizio, e non sarà difficile prevedere l’epilogo…

L’interesse di questo romanzo, scritto da Mario Carli, che proprio a Fiume ne iniziò la stesura, non risiede tanto nella vicenda dei due protagonisti, anche se il lettore che apprezza le atmosfere decadenti ne sarà sicuramente incuriosito, quanto nella sua natura di testimonianza diretta e in parte autobiografica delle vicende e dei personaggi che fecero la storia di Fiume.

A fianco dell’immaginario Landeschi, scrittore-combattente exemplum di virilità post Grande Guerra, compaiono, tra gli altri, lo stesso d’Annunzio (che ovviamente non lesina complimenti alla vezzosa Trillirì), il capitano Host-Venturi, Ludovico Toeplitz, Ulisse Igliori, Léon Kochnitzky e l’Asso di Cuori Guido Keller (s’affacciò nella saletta una testa di fauno capelluto e peluto, con un pizzo acuminato e due occhi sbarrati che avevano dell’assassino e del veggente…).

Tra realtà e finzione, riviviamo “splendore e miseria di una ribellione”; gli entusiasmi e la noia dell’impresa fiumana, la folla galvanizzata dai discorsi dannunziani, la fiumana esaltata e quasi demoniaca dei cortei che univano donne e uomini di varie nazionalità.

Fiume avrebbe dovuto essere un’impresa di vita; e invece troppi legionarii vegetarono aspettando, e si dedicarono al giuco, alla cocaina, al pettegolezzo, al complottismo.

Mario Carli, Trillirì, AGA editrice

(Un’altra lettura consigliata agli interessati, Il Porto dell’amore )

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