Ospedali da incubo (da Buzzati a Tognazzi)

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Un inspiegabile, ossessivo fischio al naso tormenta la vita di Giuseppe Inzerna, un imprenditore del settore cartario; spinto dalla moglie e dalla figlia, un giorno in cui si trova a passare dalla clinica d’eccellenza Salus Bank, decide di fare un check-up generale: non può immaginare che sarà l’inizio di un vertiginoso e inesplicabile peggioramento…

Girato nel 1967, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi, Il fischio al naso è ispirato al famoso racconto di Dino Buzzati Sette piani del 1937 e alla successiva pìece teatrale Un caso clinico, rappresentata nel 1953.

Cosa ne pensava Buzzati del film? In realtà vi assistette solamente come spettatore, come spiega Lorenzo Viganò nella biografia illustrata Album Buzzati. Resta il fatto che, pur ispirandosi chiaramente all’opera letteraria, il film si distacca notevolmente dall’atmosfera che la pervade.

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Dino Buzzati

A differenza del racconto buzzatiano, angosciosa discesa agli Inferi senza momenti di distensione,in un crescendo di inquietudine, il film di Tognazzi gioca più sui toni grotteschi, dipingendo l’alienazione della modernissima clinica super accessoriata, popolata da infermiere che sembrano pin-up e medici improponibili e parodistici: il primario con il volto quasi totalmente coperto da un enorme stetoscopio, l’avvenente dottoressa che sembra voler sedurre Inzerna, il bizzarro dottor Salamoia, interpretato da Marco Ferreri, da cui Tognazzi era già stato diretto in alcune celebri pellicole, come La donna scimmia.

 il dottor Salamoia in azione

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Inzerna inizialmente, guarito dal fischio, si trova bene alla Salus Bank, le infermiere e i medici lo viziano, tanto da permettergli di portare in clinica anche l’amante; moglie e figlia sono contente di essersi liberate di lui, e anche il padre ne approfitta per stravolgere la conduzione della ditta con le sue idee strampalate. Presto però, a ogni passaggio di piano (nel film i malati più gravi salgono ai piani alti, nel racconto di Buzzati avveniva l’opposto), l’ansia cresce, fomentata dall’impassibile fermezza dei medici e dall’incomprensibile malattia che sembra peggiorare sempre più. Si entra sani e malati si diventa, di un male oscuro, inclassificabile, senza sintomi significativi, ma presente e annichilente. La salita porta il malato a dover progressivamente lasciare tutti i benefici di cui godeva nella vita reale (stanza singola, feste, lussi), per andare in stanze sempre più spoglie, condivise con gente sconosciuta.

E così, giunto ormai all’ultimo piano, dove vecchie suore hanno preso il posto delle giovani infermiere, mentre moglie e figlia discutono con i sanitari dell’eventualità di ibernarlo, Inzerna muore, solo, ucciso da un innocuo, insignificante fischio al naso….

 

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2 risposte a Ospedali da incubo (da Buzzati a Tognazzi)

  1. Debora Visconti ha detto:

    Avevo assistito alla rappresentazione teatrale, diverso tempo fa. Non conosco bene Buzzati, ma la vicenda mi sembra mettere a tema l’assurdo. Non sapevo del film. Mi lascerò prendere per il naso seguendo i suoi fischi.

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