Se il ventriloquo ha una doppia personalità

Poster - Great Gabbo, The_01

Un ventriloquo egocentrico, la graziosa assistente segretamente innamorata di lui e un pupazzo impertinente: sono i protagonisti di The Great Gabbo (1929), diretto da James Cruze con lo zampino di Erich von Stroheim.

Von Stroheim, regista celebre più per la pignoleria e la ricchezza delle scenografie che causavano l’ira dei produttori e delle case cinematografiche che per i suoi film capolavoro (Rapacità, Femmine folli, l’incompiuto Queen Kelly con Gloria Swanson), era noto all’epoca soprattutto per il personaggio che era solito impersonare.

Austriaco emigrato negli Stati Uniti, dove iniziò a occuparsi di cinema con Griffith, rappresentava il perfetto stereotipo del “cattivo” dei film postbellici, l’alto ufficiale austroungarico con nostalgie imperiali, dall’immancabile monocolo.  Un ruolo che gli diede celebrità, tanto da guadagnarsi l’epiteto di l’uomo che si ama odiare. 

Gabbo e Otto

Gabbo e Otto

In questo frangente invece lo vediamo alle prese con un ruolo diverso, che sembra comunque calzargli a pennello: Gabbo è un ventriloquo abilissimo, ma arrogante e megalomane: caccia la bella Mary, sua assistente, perché rompe un vassoio in scena e rovina la sua esibizione.  La ragazza saluta con affetto solo Otto, il pupazzo di Gabbo: sembra proprio lui, con l’inquietante vocetta dall’accento tedesco, essere il portavoce dei veri sentimenti d’affetto di Gabbo per Mary, che l’egocentrico ventriloquo tenta di negare.

Gabbo, Mary e Otto

Gabbo, Mary e Otto

Rivedendo Mary tempo dopo a teatro, Gabbo tenterà invano di riconquistarla: geloso del marito della vedette, si accanirà proprio su Otto, l’unico “amico”, cavandogli gli occhi e strappandogli i capelli, che la dolce Mary amava pettinare. Rimasto solo, cacciato dall’impresario dopo aver rovinato l’esibizione di Mary, Gabbo si allontana con il suo pupazzo mentre gli addetti del teatro tolgono l’insegna del suo spettacolo.

Gabbo se la prende con Otto

Gabbo se la prende con Otto

Nonostante sia mortificato dalle eccessive scene coreografico, il film mantiene un certo fascino, soprattutto grazie all’abilità di Von Stroheim nei panni di Gabbo e all’inquietante figura di Otto.

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