Write not die

 

 

Dodici giovani autori si cimentano con il genere racconto: dodici stili differenti, dodici modi di percepire il mondo e interiorizzare la quotidianità di questi tempi non facili.

Il progetto Write not die, iniziato a fine primavera 2011, è stato promosso da ConAltriMezzi (CAM), gruppo di lavoro e circolo culturale nato dalla spontanea iniziativa di alcuni studenti di Lettere (ma non solo) dell’Università di Padova, che si esprime attraverso una rivista digitale trimestrale e un blog multiculturale. La redazione, costituita attualmente da nove membri, ha selezionato il materiale da inserire nella raccolta senza l’ausilio di alcun curatore esterno. La presenza tra gli autori confluiti nell’antologia di molti componenti di CAM deriva da una selezione quasi naturale legata alle modalità di scrittura del gruppo, che prevedono un aperto confronto letterario e una stretta collaborazione tra tutti in fase di editing.

A questa prima iniziativa seguirà una seconda antologia, il cui tema sarà “le prigioni”: i numerosi studenti universitari con la passione della scrittura avranno così la possibilità di avvicinarsi, nell’ambito di un progetto editoriale, a un collettivo di scrittura gestito da coetanei e aprirsi così, attraverso i propri testi, a un confronto che è solo in partenza generazionale. La pubblicazione ultima dei lavori migliori permetterà di diffondere ulteriormente testi, che altrimenti rischierebbero di restare inediti o di affrontare la sorte incerta di ben altri percorsi editoriali.

Ritratto polimorfo di un gruppo di coetanei legati per motivi geografici e accademici all’ambito padovano, Write not die si può intendere anche come invito alla speranza per la generazione “precaria”, al non lasciarsi sommergere dalle contingenze dei fatti, a continuare a scrivere senza rinunciare ai propri sogni.

D’altronde, come scrive Guido Baldassarri, docente di Letteratura italiana all’Università di Padova, nella sua introduzione, «un dato emerge con chiarezza: è, nel suo insieme, una “visione del mondo” inquieta, preoccupata, a volte claustrofobica. Non è la mancanza di valori a spiccare: (…) è che quel sistema di valori pare poco presente ai protagonisti dei racconti: la capacità del “bene” di imporsi, o anche solo di difendersi, pare messa in forse».

La cupezza e la provvisorietà del mondo attuale, problematiche in cui ogni under 30 ha dovuto imbattersi, sono effettivamente un fil rouge che si dipana in pressoché tutti i racconti. Il protagonista di Un neo in fondo all’ano ha ottenuto successo e soldi grazie alla sua professione, tutt’altro che propositiva, di “demotivatore” («tutto ciò che mi serve è in me dalla nascita e l’ho coltivato fino a scoprire di avere un’attitudine unica nel convincere il prossimo intenzionato a fare qualcosa che, semplicemente, non ne vale la pena»). In Conseguenze impreviste di una bomba esplosa una domenica mattina, la deflagrazione associata al terrore di una morte supposta scatena la follia di una ragazza («Poi dal mare avevano sentito quel boato. E avevano visto il fumo, gonfio sopra i tetti, trascinare fino a lì il puzzo asfissiante e definitivo di un’esplosione, e subito dopo il leggero sfrigolio delle urla. Urla che si incastravano, sempre di più, sempre più vicine. Era stato allora che lei aveva iniziato a diventare strana»).

Provvisoria è anche la condizione del protagonista di Sospeso, novello migrante in cerca di fortuna e lavoro oltreoceano («Capisci che sei tutto da ricominciare, che la tua vita cambierà irrimediabilmente lingua colore e sapore, che mogli e buoi non sono più dei paesi tuoi»). Il ragazzo di Ruderi, invece, vive tormentato da un claustrofobico incubo domestico, tra le rovine esterne e gli enigmatici sconvolgimenti interiori e familiari («La mamma era andata via da cinque anni, quando era arrivata lei. E poco dopo era comparso anche l’uomo vestito di nero, con Caino, Abele ed il custode del cimitero»).

C’è chi spera nelle future risposte della ricerca scientifica, ma anche l’ottimistico progresso sembra destinato al fallimento: in Scimmie, dopo aver compiuto degli esperimenti sul potenziale di apprendimento dei gorilla, alcuni giovani e brillanti ricercatori vengono costretti ad assistere all’abbattimento delle loro creature, accusate di essere diventate troppo umane: «Che ne sarebbe di loro? Dico, una volta che saranno divenute a tutti gli effetti degli esseri umani? A quel punto tenerle prigioniere dietro le sbarre sarebbe reato. E usarle come forza lavoro, sfruttamento». In Ibidem si immagina invece un futuro neanche troppo lontano (l’anno 2053) in cui i Surrogati, esseri umani geneticamente modificati, programmati per vivere non oltre i trent’anni (data fatidica ai nostri tempi, soprattutto per gli annunci di lavoro…), si occupano delle mansioni più umili, circondati da un’umanità resa quasi totalmente sterile da un morbo infettivo, sempre più vecchia e arida: «Quello che avete fatto è abominevole, ed è assurdo che tu non te ne renda conto. Avete creato una nuova specie che provveda alle vostre necessità, e l’avete schiavizzata togliendo loro ogni ispirazione ed ogni desiderio».

Neanche l’attuale situazione sociale e politica italiana offre uno stimolo positivo agli autori, come dimostra il delirante monologo del politico protagonista de L’elefante giallo, che dopo un’esistenza basata su auto di lusso, cocaina, sesso mercenario e psicofarmaci viene internato in «una clinica speciale che deve curarmi dall’alcool e da qualsiasi tipo di dipendenza, anche quella da me stesso», in seguito alle sue dimissioni da Presidente del Consiglio, precedute da dichiarazioni incredibili sulle colpe del suo partito. Analogo sfondo si trova nella confessione del piccolo imprenditore in Gente che lavora, costretto ad affrontare un mondo cambiato troppo in fretta («il lavoro che dovrebbe essere dei miei figli se lo prendono loro, questi bastardi terroristi»), che non riesce a capire perché mette in discussione le sue certezze, senza rendersi conto che lui stesso ha contribuito a crearlo: «Rampon – quello del capannone di fianco al mio, quello che fa le cromature, ha presente? – lui mi ha consigliato di prendere solo stranieri. Quelli si lamentano meno e lavorano di più, e poi non hai neanche il fastidio di metterli in regola, che quella è una rogna che metà basta».

In Favoletta invece, non si ravvisano grandi mutamenti nella successione degli eventi degli ultimi decenni, tutto si ripete con un moto ciclico: crisi, dittature, guerre e brevi illusori periodi di pace e benessere. Le generazioni coinvolte in questo processo però non fanno nulla per modificarne seriamente il corso, neanche il narratore Angelo, che alla fine immagina la reazione del suo interlocutore al racconto di secoli immutabili di vita terrestre: «Immagino solo una divertita indifferenza, come una burla per me che mi sono sentito parte degli unici esseri intelligenti, gli unici per ora ad essersi annientati, quasi ignorando le basilari regole di sopravvivenza e di conservazione della specie».

L’evasione fantastica nell’immaginazione resta forse l’unica soluzione, una nicchia dove nascondersi senza farsi inghiottire dal presente e abdicare a se stessi: l’atmosfera onirica e densa d’immagini di Cenni di mitologia nordica («Poi hai visto lui, ma un po’ te lo aspettavi. Non che stonasse molto, la sua tunica nera e il cappello erano solo il tentativo dell’uomo di aggrapparsi a quel cielo troppo vicino, supplicandolo di rimanere a terra»); l’inaspettata epifania nera su fondo bianco in Era nero («Era un’icona, un moro da stemma papale, il suonatore di gong della Plasmon»); l’atmosfera vintage noir con macabro finale di Con una mano toccami («Conobbi Emily al Vin’s bar. E dove sennò? A quel tempo ero lì un sera sì e l’altra anche. Adoravo l’ambiente caldo e accogliente, le luci soffuse che a malapena illuminavano i tavolini di una tonalità giallo ocra, adoravo Irvie, il barista, ma soprattutto adoravo bere sulle note di Keith Jarret»).

Lo stile usato tende nella maggior parte dei racconti alla paratassi, utilizza rapide scansioni, slang e linguaggio gergale, rispecchiando l’urgenza di comunicare, affermare la propria presenza, anche con asprezza, di una generazione inascoltata; vengono citate a volte marche famose, simbolo materiale di ricchezza e lusso, novello metro di giudizio in una società sempre più consumista e vuota.

Eppure uno spiraglio resta: molti “cattivi” si ritrovano a pagare il conto, almeno nella finzione letteraria. I racconti testimoniano comunque, in modo eterogeneo, le perplessità e i timori di una generazione costretta a sopravvivere in un mondo inquinato e corrotto che non ha scelto, cannibalizzata da politici e potenti, condannata a restare senza futuro: «Stai andando a lavorare in America e per te, l’Italia, finisce qui. Nessuna possibilità di ripescaggio, al limite puoi mollare tutto e tornare indietro tenendoti stretti i tuoi caffè, ma solo quelli» (Sospeso).

Che sia davvero l’unica soluzione?

 

 ValVittGubelli

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