Passi e citazioni da La Recherche (6)

Con questo post si conclude la mia personale selezione dei passaggi più suggestivi del capolavoro proustiano; mi riservo comunque di aggiungere ulteriori gemme dopo una probabile (anzi, certa) rilettura di questa mirabile opera, la cui lettura è destinata a lasciare un segno, tanto che non si è più gli stessi dopo aver letto (o meglio, dopo essersi immersi, avere viaggiato con la fantasia) la Recherche.

IL TEMPO RITROVATO

– Forse ero  nel vero nel periodo in cui ci vedevo tanti misteri. ma poiché tali periodi  non sono destinati a  durare per sempre, non bisogna sacrificare la propria salute, il proprio patrimonio alla scoperta di misteri  che un giorno non ci interesseranno più.

– Ah! Se Albertine fosse stata viva, che dolcezza , le sere in cui avessi pranzato fuori, darle appuntamento perstrada, sotto i portici! All’inizio non avrei visto niente, avrei avuto l’emozione di credere che non fosse venuta all’appuntamento; poi, di colpo, avrei visto staccarsi dal muro uno dei suoi cari vestiti grigi, i suoi occhi sorridenti d’avermi visto, e avremmo potuto passeggiare abbracciati senza che nessuno ci riconoscesse, ci disturbasse, e infine tornarcene a casa.

– Ma i giornali li si legge come si ama, con una benda sugli occhi.

– La donna è troppo felice di ricevere, senza dare nulla, molto più di quanto è solita ricevere quando si dà.

– Nelle persone che amiamo c’è, immanente ad esse, un certo sogno che noi perseguiamo anche se non sempre riusciamo a discernerlo. Era la mia fede in Bergotte, in Swann che mi aveva fatto amare Gilberte, la mia fede in Gilberto il Malvagio che mi aveva fatto amare Madame de Guermantes.

– (…) Ma nel momento in cui, recuperando l’equilibrio, osai il piede su una selce che era un po’ meno alta della precedente, tutto il mio avvilimento svanì davanti alla stessa felicità suscitatami, in eriodi diversi della mia vita, dalla vista di alberi che m’era sembrato di riconoscere durante una passeggiata in carrozza nei dintorni di Balbec, dalla vista dei campanili di Martinville, dal sapore di una madeleine intinta in una tisana, da tante altre sensazioni di cui ho parlato che m’erano parse sintetizzate nelle ultime opere di Vinteuil. Come nel momento in cui assaporavo la madeleine, ogni inquietudine riguardo al futuro, ogni dubbio intellettuale erano dissipati.

– (…) E la mia persona di oggi non è che una cava abbandonata, che crede che tutto ciò ch’essa contiene sia uguale e monotono, ma dalla quale ogni ricordo trae, come uno scultore di genio, statue innumerevoli.

– (…) Se avessi ancora il Francois le Champi tirato fuori dalla mamma, una sera, dal pacchetto dei libri che la nonna doveva regalarmi per la mia festa, non lo guarderei mai; avrei troppa paura di inserirvi a poco a poco le mie impressioni di oggi sino a ricoprirne completamente quelle di allora, avrei troppa paura di  vederlo diventare a tal punto  una cosa del presente che, quando gli chiedessi di suscitare ancora una volta il bambino che ne decifrò il titolo nella cameretta di Combray, il bambino, non riconoscendone l’accento, non risponderebbe più al suo richiamo, e resterebbe sepolto per sempre nell’oblio.

– Un’ora non è soltanto un’ora, è un vaso ricolmo di profumi, di suoni, di progetti e di climi.

– Ma io mi rendevo conto che il passare del tempo non comporta necessariamente un progresso nell’arte.

– Non potremmo raccontare i nostri rapporti con un essere, anche se lo abbiamo conosciuto appena, senza evocare in successione tutti i diversi luoghi della nostra vita.

– (…) Infatti non sarebbero stati, secondo me, lettori miei, ma lettori di se stessi, non essendo il mio libro che una sorta di quelle lenti d’ingrandimento come ne offriva a un cliente l’ottico di Combray; li avrei muniti, grazie al mio libro, del mezzo per leggere in se stessi.

Marcel Proust

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