Risorgimento a senso unico?

Palazzo Carignano

Dopo anni di chiusura per restauri ed ammodernamenti, il Museo del Risorgimento di Torino è stato riaperto lo scorso anno, in occasione delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, nella prestigiosa sede di Palazzo Carignano (realizzato a fine XVII secolo da Guarino Guarini, dove ncquero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II). Si presenta come uno dei musei a tema risorgimentale più ricchi e interessanti d’Italia, dato il legame della città di Torino con quel periodo storico, oltre al fatto che lo stesso palazzo Carignano ospitò (ed è tuttora visibile ai visitatori) il Parlamento Subalpino, dove Vittorio Emanuele pronunciò nel 1859 il famoso discorso del “grido di dolore”,  pochi mesi prima dell’inizio della II guerra d’Indipendenza. Effettivamente il materiale raccolto nel museo è numeroso e abbondano le curiosità (la carrozza di Cavour, la carrozza donata da Vittorio Emanuele a Garibaldi, una delle camicie rosse dell’Eroe dei due mondi, lo spartito originale dell’Inno di Mameli e Novaro), a volte con cadute nel puro kitch (la statua di cera di Garibaldi, la biscottiera a forma di Cavour, la statuetta souvenir di Garibaldi) che però rende con efficacia un aspetto dello spirito del tempo.

Parlamento Subalpino

La suddivisione cronologica del nuovo allestimento non è sembrata però così innovativa come la presentazione lasciava immaginare, e gli apporti multimediali non bastano allo scopo. Peccato poi che per un museo che dovrebbe far rivivere l’atmosfera risorgimentale nelle sue diverse sfaccettature al visitatore contemporaneo segua un’impostazione troppo sabaudo-centrica (forse inevitabile, dato il luogo?) e storicamente schematica e scolastica: l’importanza della Repubblica Romana  da Mazzini viene liquidata in poche teche, così come la questione meridionale ed il brigantaggio e la sacra triade da sussidiario Cavour-Vittorio Emanuele-Garibaldi non viene sottoposta a nessuna critica, così come la figura di Pio IX. Le testimonianze più interessanti sono le vignette satiriche d’epoca, le uniche a testimoniare come sempre i reali (mal)umori ed i giudizi poco filtrati sulla situazione politica e sociale. Il museo merita certamente una visita per la sua collezione, ma sarebbe stato più interessante affiancare un’analisi critica all’ottimismo della storiografia ufficiale.

 

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