Verismo alla genovese

Ignorato ingiustamente dalle antologie scolastiche, dalla critica e dai lettori, La bocca del lupo, scritto nel 1892 da Remigio Zena (pseudonimo di Gaspare Invrea, nobiluomo ligure) ritrae fedelmente, in pieno spirito verista, la difficile vita quotidiana della plebe che popola il vico della Pece Greca, uno dei quartieri più poveri di Genova.  Tra faccendieri, disoccupati, preti, truffatori e comari  emerge la figura di Bricicca, una popolana vedova con tre figlie: Angela, buona e caritatevole, Battistina, dimenticata dai parenti a Manassola e Marinetta, vanitosa e ambiziosa sin dalla più tenera età, che finirà presto nella “bocca del lupo”, ovvero la vita di perdizione spesso inevitabile a chi, di povera estrazione, desideri vanamente modificare il proprio stato sociale.  La figura di Marinetta ricroda un po’ la zoliana Nanà (e d’altronde Zena deve qualcosa agli influssi del naturalismo francese), accumunate entrambe dal desiderio di riscattarsi dalla loro condizione natale, destinate a fallire miseramente e diventare prostitute.

Bricicca non esiterà a sacrificare le altre due figlie, investendo il poco denaro restante per assecondare le velleità di Marinetta, la quale, una volta arricchitasi con il lavoro (presunto) di pettinatrice, preferirà spendere i soldi per i suoi capricci invece di aiutare la madre, processata e poi condannata a quattro mesi di carcere per la gestione di un banco di lotto clandestino, e la povera sorella Angela, morta di crepacuore e tisi dopo l’abbandono del promesso sposo, proprio mentre Marinetta è presa nei festeggiamenti delle sue nozze. Per Bricicca e le sue figlie non c’è speranza, ogni loro tentativo di emergere dalla palude in cui sono immerse si rivelerà inutile: la stessa Bricicca, confusionaria e impulsiva, vedrà andare a monte il suo tentativo di risposarsi dopo la lunga vedovanza, mentre Marinetta, compromessa la sua rispettabilità con diverse frequentazioni maschili durante la permanenza a Manassola da alcuni amici di famiglia, dopo un matrimonio sbagliato potrà solo avviarsi sulla strada della prostituzione. Angela e Battistina non avranno sorte migliore, nonostante il loro buon cuore: la prima, dedicatasi anima e corpo alla madre ed a Marinetta, morirà sola, come si è già scritto, per l’abbandono imprevisto del fidanzato, manipolato dalle avide sorelle; Battistina invece, che la madre ha lasciato al paese d’origine a fare la sguattera, dimenticata da tutti, prenderà i voti dopo l’incontro con don Bosco, e partirà per le missioni americane, lasciando Bricicca con il rimorso di non averla amata abbastanza. Circonda Bricicca e le figlie un ricco campionario umano: il signor Costante, borghese opportunista che sfrutta gli abitanti della Pece Greca per installare il lotto clandestino, di cui riscuote quasi tutti i guadagni; Pellegra e la Rapallina, due comari amiche-nemiche di Bricicca; Giacomino, l’inetto fidanzato di Angela, e poi preti, suore, tenutarie di bordelli, avvocati e Genova con i suoi vicoli più squallidi.  Il narratore non sempre riesce a mantenere l’obiettività tipica verista concedendosi riflessioni di amara e pietosa ironia, che rendono ancora più interessante questo romanzo dimenticato.

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15 risposte a Verismo alla genovese

  1. Giordano ha detto:

    Non è forse un caso che questo verismo ligure non trovi spazio nei programmmi scolastici ancora savoiardi e post-risorgimentali. La miseria delle plebi va benissimo al Sud, divenendo anzi mezzo di giustificazione della conquista intesa come aiuto alle popolazioni affamate da un regime insensibile ma darebbe decisamente fastidio se evidenziata nel cuore dello Stato sabaudo.

    • Paolo ha detto:

      Non si trova quasi più, questo romanzo che meriterebbe di essere letto e soprattutto dai Genovesi. Non credo che dia fastidio a nessuno, ma che interessi a pochi e indipendentemente dai meriti. E’ schietto e diretto.

      • madamearquebuse ha detto:

        infatti l’ho trovato in una bancarella del mercato delle pulci, abbandonato tra tanti altri titoli che oggi non nessuno si ricorda…

      • Paolo ha detto:

        Madamearquebuse è assente nella ‘Bocca del lupo’: perché? Intendo il personaggio, quella che scrive ‘Sulla pelle delle fanciulle in fiore’ (vedi Blog Sotto Spirito). Sono nato a Genova, faccio il medico di famiglia in un ambulatorio di Vico Invrea – non scherzo – proprio a due passi dalla Pece Greca, dove Marinetta e le altre dovrebbero avere combinato chissà cosa. Sono contento che ci si ricordi di noi, perchè per certi versi siamo dentro una certa attualità. Però, davvero, Gaspare Invrea ci ha messo del suo più che del nostro per raccontare sia pure bene una storia di ‘vinti’ o di ‘vinte’. In queste ‘fanciulle in fiore’, più che Proust, sento Thomas Mann dei ‘Buddenbrok’ e questo va oltre Genova e la sua Pece Greca: insomma, Valeria ha continuato bene a scrivere il seguito della ‘Bocca’ perché noi, a Genova, qualche volta ci fermiamo un pò troppo.

      • madamearquebuse ha detto:

        mi fa piacere l’affinità, i Buddenbrook è uno dei libri che ho amato di più, tra le ultime letture. Altri hanno riconosciuto le atmosfere del Rosenkavalier, sempre indovinando tra le mie predilizioni… Madamearquebuse si sarebbe districata alla Pece Greca? non saprei…

      • Paolo ha detto:

        I Buddenbrok sono organici anche nella decadenza: “I nostri cari, e il piccolo Hanno, li rivedremo?” “Li rivedremo sicuramente” dice una alla fine, e come si fa a non crederle. Nel Rosenkavalier c’è anche una rinuncia d’amore: ma, allora, è amore? Madamearquebuse nella Pece Greca? Chi è senza Pece Greca…

      • madamearquebuse ha detto:

        Forse la Marescialla ama più di tutti, ama fino al negarsi la felicità. O forse ha capito che la felicità è solo un attimo? Una scelta eroica, in ogni caso, basti pensare a un certo Rick di Casablanca…
        Nella pece (Greca?) ci siamo tutti fino al collo, c’è chi affonda e chi crede di galleggiare.

      • Paolo ha detto:

        “Il dottore disse che doveva mangiare – che ne trovassero, ché se volevano ci riuscivano, – prendesse un pò di sole – che non costa niente, – e, se ne aveva la forza, si facesse anche qualche bagno di mare. Angela, magari, sarebbe guarita lo stesso ma – insomma – anche se solo quando aveva tempo, qualcosa lui l’aveva fatta. Chiuse l’ambulatorio a fianco dell’Angelo Custode, in quella piazza che sappiamo, e, per un pò, si lasciò la Pece Greca alle spalle. Se ne andò a fare pratica sportiva in un’altro di quei quartieri cittadini, quello passato il ponte sul Bisagno, dietro la Stazione Brignole. Anche qui gran parte della gente era venuta da fuori, non dalle Riviere però perchè quelli s’insediavano nel Centro Storico di pescherie e affini, qui c’erano quelli del Grande Mercato Ortofrutticolo e affini. Era la Genova dei quartieri bottegai come quello di San Fruttuoso: più spazi e case più grandi, più lavoro. Dopo la pratica, s’infilò in una trattoria dalle parti di Terralba, singolarmente linda e mangiò spaghetti alla Puttanesca freschi e delicati, un panino piccolo; bevve accqua. Per non pensare alla Marescialla, pensò a Rick di Casablanca: quelli delle gloriose rinunce; brava gente, però Mitteleuropei o Americani, con un gran senso del dovere. Lui, lì, che cosa doveva fare? Non vorremmo che della Pece Greca le fosse rimasta appiccicata addosso, magari non ci faceva troppo caso, l’importante era che non fosse troppa da non potere più muoversi.” Opera dello scrivente al modo della ‘Bocca del Lupo’.

      • madamearquebuse ha detto:

        Non tutti a Genova hanno scordato Remigio Zena…

      • Paolo ha detto:

        Ma sì, é vero, Madame Arquebuse ci ha acchiappato: qualcosa di Remigio Zena rivive attraverso di noi. Tanti anni fa, ero ragazzo, andavo nel quartiere di Marassi – limitrofo a quello di San Fruttuoso – dove abitava un amico, in via Remigio Zena, appunto. Si andava in palestra insieme – quello è il quartiere delle palestre, una specie di Colle Oppio a Roma, tanto per intenderci. Solo che, allora, non c’erano le ragazze nelle palestre; tanto per intenderci. La Marinetta, insomma, ma che cosa doveva fare? Era una ‘legèra’, a Genova si diceva così, una velina per dirla oggi. Che cosa c’è di male? Non era mica una ministra – oggi qualcuno la nominerebbe tale – era se stessa, e non é poco. Poi Angela cercava un compagno decente – è l’unica delle sorelle che ci va vicina, escludendo Battistina che si prende Don Bosco per non dire il Padreterno in persona -. Anche la Bricicca, che scambia una guardia del fisco per un galante, non è mica scema: in fondo, Don Chisciotte, che cosa faceva? Magari, nel seguito, quella guardia si rende conto che la Bricicca non era proprio una da fare arrestare ma una presso la quale restare.

      • madamearquebuse ha detto:

        A ognuno la sua Dulcinea e i suoi mulini a vento: meglio vivere pazzi e morire sani, non c’è rischio di annoiarsi. MadameArquebuse comunque si guarda bene dal metter piede in una palestra, anche oggi.

      • Paolo ha detto:

        Il lascito di Don Quijote è appunto quello: tra il vivere e il morire. Mi ricordo che Sancho Panza voleva fare a tutti i costi il governatore: a un certo punto , lo fa davvero. Salvo accorgersi che gli manca la preparazione. Non gli manca però quella di ricordare al suo capo che la Dulcinea non é proprio quella che quello crede, ha anche un suo profumo, tanto per riferirla alle percezioni piuttosto che alle idealizzazioni. Qui, però, mi sembra che le cose stiano andando avanti e bene. “La radio, o qualcosa del genere trasmetteva una canzone che diceva – Am Pedrito, Am the coolest… Che ritmo era? Dopo avere pensato a una habanera, a una bachata – senza osare una lambada, – si arrese sul samba. Il caldo gli arrivò come una sciabolata, riflesso da quel catrame dei quartieri bottegai: invece alla Pece Greca si prendeva sempre poco il sole, c’era sempre umido. Il dottore era uscito dalla trattoria. Non gli arrivarono addosso i compagni d’adolescenza come in una twilight zone story, però erano solo nascosti da qualche parte: nella realtà, e non ai suoi confini. Erano cresciuti, invecchiati: dentro quale storia erano? Voleva trascinarli, anche solo nel ricordo, dentro la sua oppure li usava e basta? Si trattava solo di aspettare e vedere se quelli, e quelle di oggi, reggevano il passo della nostalgia oppure ne segnavano uno nuovo. “

      • madamearquebuse ha detto:

        Vade retro i compagni dell’adolescenza, meglio ricordarli com’erano e non scoprire come si sono ridotti. Che restino chiusi nel carillon che suona quel motivo che conosciamo a memoria, il leitmotiv de la Recherche du temps perdu. Fuggo, domani MadameArquebuse compirà trent’anni e devo velare di nero gli specchi, come fece Nicchia di Castiglione.
        (che poi a Genova il caldo umido lo chiamate Maccaia – scimmia di luce e di follia…)

  2. Paolo ha detto:

    23 giugno 2014: Buon Compleanno anche per quest’anno. E’ anche vigilia di san Giovanni Battista, Patrono di Genova. Qui sopra abbiamo sentito la vita di quella città, che è l’unico modo per ricercare il tempo perduto. Un compleanno apre un nuovo periodo, e c’è da ricercare il tempo non ancora perduto. Madame Arquebuse, carissimi Auguri, Suo Paolo Giuseppe Mazzarello

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